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Non so parlar d’amore

C’era una brezza leggera. Offriva una via di fuga ai capelli che aveva raccolto in una coda scarmigliata.
Era notte. Piena estate. Avrebbe detto insopportabilmente torrida, se non fosse stato per quel vento leggero che la rinfrescava abbastanza da costringerla, per stare all’aperto, a portare uno scialle sulle spalle. <<E di grazia – si disse –  finalmente un po’ di pace dai 40 gradi all’ombra>>.
Era seduta sul tetto del palazzo, in bilico tra il vuoto e lo spiazzo che stava sopra gli appartamenti condominiali; una delle sue gambe penzolava nel baratro che avrebbe condotto alla morte qualsiasi anima vi fosse caduta, a meno che questa non fosse dotata di un paio di ali. L’altra la teneva stretta al petto come fosse un peluche.
Le piaceva andare sul tetto a notte fonda. La quiete – parziale – che otteneva lassù pur essendo in una città così grande, le ricordava vagamente il silenzio del paesino in cui era cresciuta.
La cosa di cui sentiva di più la mancanza erano le stelle: in campagna l’inquinamento luminoso ridotto al minimo le consentiva di bearsi di uno spettacolo di luci meraviglioso, le costellazioni visibili quasi come se il cielo fosse una mappa tracciata. E le notti senza luna! In quei momenti la via lattea la abbagliava quanto un faro.
In città era diverso. Solo da lassù riusciva a scorgere qualche puntino nel cielo, ma solo i più luminosi e solo nelle notti più fonde.
Non era mai stata una persona a cui piacesse andare a letto presto, aveva sempre visto nella notte un fascino unico, soprattutto con la sua mente che in quelle ore faceva gli straordinari, così che non riusciva a dormire.
Quella sera aveva in mano una pagina di un suo vecchio diario, l’aveva strappata quello stesso pomeriggio nascondendola in tasca. Aveva tenuto diari per tutta la vita, ma raramente si ritrovava a leggere parole del passato. La pagina recitava:

“Lei è così. Pensa, va in confusione. Si contraddice, fa domande a cui non sa rispondere o a cui risponde in un modo che non le piace. Allora scava, scava, scava ancora… cerca, si immerge… sprofonda.
E’ buio, ma non ha paura. Ma ha paura. Allora deve riemergere in tutti i modi, a qualsiasi costo. Non ha mai capito, non è mai riuscita a vedere dove sta la semplicità. Cosa si provi nella semplicità.
‘Non cercare ostacoli, bambina, potrebbero non essercene.’ Qualcuno le aveva detto così. Qualcuno mi aveva detto così.

Mille e mille volte si era ritrovata ad affrontare il mondo che si diramava nella sua testa; parallelo alla realtà di tutti gli altri, per questo impossibile da carpire ed inesplorato dai più, ma sicuramente non meno reale. Nessuno sapeva dell’esistenza di quel mondo.
Forse qualcuno per sentito dire, ma il sentito dire rimane una leggenda in confronto all’ineluttabile realtà dove tutti nuotano senza farsi troppi domande, tra cui se esista altro di reale.
Lei camminava da sempre in bilico tra quelle due linee parallele, per questo per lei le cose, a volte, fungevano al contrario: “Non cercare strade più semplici, potrebbero non essercene”.

Speculazioni generiche: il suo punto forte, ma non il motivo per cui quella sera andò sul tetto. O forse si, dipende da come si osserva il motivo scritto nel successivo paragrafo di quella pagina di diario.
Un concetto che affascina e perché no, ossessiona, la mente degli uomini, creature ossessionate dall’amore.
Omologandosi alla moltitudine di ossessionati, nel suo diario aveva scritto tanto sull’amore, ma solo quella pagina del 15 Luglio 2017 quel giorno aveva destato la sua attenzione. Erano passati quasi tre anni da quelle frasi e ricordava benissimo la paura con cui le aveva scritte, pensando di essere incapace di amare.

Pensando che non ne sarebbe mai stata capace.

“Io ancora non ho capito cosa voglia dire amare. Credo di essere troppo impegnata a studiare meticolosamente  tutte le cose che non mi merito di avere e che non mi merito di sentire. O mi vergogno. Provo imbarazzo per la mia sensibilità.
Te diario senti? Che lingua piena di vocaboli con più significati che è l’italiano.
“Do you feel it?”
Caro diario, te le provi quelle emozioni?
Quelle negative, quelle positive, tutte. Io credo di essere stata, ad un certo punto, talmente convinta di non meritare quelle positive che ho smesso di sentirle. E la legge universale è semplice ed uguale per tutti. Quando una cosa pensi di non meritarla, semplicemente, quella non arriva. Chiamiamola legge di natura o grandissima rottura di coglioni – o enorme quantità di pippe mentali –  ma io sono seppur positiva, molto triste.
Ultimamene nel guazzabuglio, ho scoperto che posso piangere. Posso piangere per qualsiasi cosa, pare sia umano e non da persona debole.
Posso piangere per i nodi in gola, per un dito tagliato, anche per il nulla.
Mi hanno detto che è così che si ricomincia a sentire.
Deve essere così anche capire di amare.
Smettere di avere paura delle sensazioni, capire che non sono destinare a sovrastarti lasciandoti senza aria da respirare.
Quelle due parole rimangono incastrate in gola di punto in bianco, anche nei momenti in cui ti dici “forse in questo momento dovrei dirlo, ci starebbe bene”. La lingua si incolla al palato talmente tanto fortemente da impedire di aprire la bocca. A un certo punto come fai a non pensare di essere incapace di amare? Semplicemente, certe emozioni non fanno per me. Troppo complicato. Troppo difficile. Troppo… troppo.”

Sorrise.
In quel momento, ne era capace?
Era sempre stata sentimentalmente impulsiva, da quando era appena adolescente. Aveva avuto gli occhi a cuore, dolci e colmi di speranza, fino a diventare pieni di odio per questo “concetto” che all’epoca non riusciva a definire “solo” sentimento.
Strade semplici, concetti semplici, questi sconosciuti! Per lei, di banale, non era mai esistito niente.
Ricordò di aver passato mezza – o tutta – l’adolescenza a ripetersi che sta roba, l’amore, non esisteva.
Successivamente, da persona equilibrata quale sapeva di non essere, ribaltò tutto: un bel concetto.
Accontentiamoci quindi.
Anche lei lo meritava, no? Tutti meritiamo di innamorarci, siamo talmente meritevoli che scambiamo l’infatuazione con l’amare, con l’annessa trappola di scambiare l’eccitazione dei primi due mesi – l’adorabile e insostituibile invaghimento – per qualcosa che non è.
Andava sempre allo stesso modo: la relazione finiva per scelta non sua, così lei stracciava il suo spirito bagnandolo di fiumi di lacrime. Oppure, se la relazione durava troppo, non le andava più a genio. E giù a riempire pagine di diario.

Si alzò in piedi sul cornicione e sorrise al vento. Guardò giù. Le macchine sfrecciavano ed erano piccole piccole, viste da lontano. Dalla tasca prese l’accendino e per alcuni lunghi secondi si chiese se volesse o meno bruciare quella pagina.
<<No. È passato, ed è parte di ciò che sono oggi>> si disse.
Stava per accendersi una sigaretta, ma il gatto, che era appena apparso di soppiatto, aveva altri programmi, e iniziando a  strusciarsi insistentemente alle sue caviglie la costrinse ad accarezzarlo.
<<Gatto, ho imparato ad amare secondo te?>>
Lui in risposta le diede un ultimo colpo di coda sullo stinco ed iniziò a preoccuparsi dei pipistrelli che volavano a bassa quota.
Un vero felino, molto interessato alla sorte della sua umana.
<<Sai gatto, probabilmente io funziono al contrario. Ho imparato prima cosa vuol dire essere amati. A parte te, che beh… sei costretto, esiste anche un’altra persona che intravede quel casino dell’universo che ho dentro la testa e non scappa>>. Il gatto continuava a saltellare tra le piastrelle parecchio disinteressato al suo monologo, ma lei continuò a parlare.
<<Magari non capisce, come te, ma vuole farlo. Ascolta, ha opinioni… e riesce nella cosa più grande che un essere umano possa fare: non si alimenta di giudizio.
Fa domande, non formula ipotesi.
Consigli non sentenze.
Sorrisi non derisione.
Leggerezza non superficialità.
E io non volevo meritarmelo per niente al mondo. Ma poi alla fine succede, succede davvero.
Capisci che c’è qualcosa di più profondo rispetto alla meravigliosa eccitazione dei primi mesi perché l’inesplorato che vive dentro la tua testa sgorga come un fiume in piena chiedendo liberazione dall’universo vile che compone la tua realtà e che nessuno riesce a vedere. Tranne lui.
Non si tratta più di sentirsi meritevoli di cose belle, non si tratta di avere o meno la forza di affrontarsi da soli ogni giorno, si tratta della dolcezza dell’avere un aiuto a liberarsi, la priorità cambia perché c’è solo il bisogno di sentirsi dire che la pioggia prima o poi smetterà di cadere, che qualcosa di giusto dentro la tua testa c’è, che addirittura ti meriti di essere felice>>.

<<Miao!Prrr…>> Il micio guardava a turno tra lei e la porta delle scale. Aveva sonno. O fame. Aprì la porta e scese due rampe di scale fino a casa. Entrò in camera a luce spenta, il gatto con lei. Saltò sul letto acciambellandosi sul cuscino.
Dalla tenda rossa filtravano leggere le luci della città.
Negli anni aveva conservato l’abilità nel ragionare, ancora consapevole di non saper parlare di sentimenti, di amore.
<<Sarei la peggiore protagonista che si sia mai vista in un romanzo rosa, nemmeno lo scrittore saprebbe come spillarmi di bocca parole ad hoc>> pensò.
Lasciò la finestra è guardò il letto, il gatto era lievemente illuminato dai bagliori che attraversavano la tenda.
A pochi centimetri da lui, rilassato tra le braccia di Morfeo, c’era una persona.
Lui l’aveva portata oltre i dubbi e le speculazioni e aveva fatto anche molto di più: le lasciava l’ultimo morso di torta, l’ultimo sorso di succo di frutta, l’ultimo pezzo di cioccolata, il pistacchio intero dentro il gelato,  l’ultimo tiro di sigaretta e pure tre quarti di spazio sul letto – e lasciava metà del rimanente al gatto –.
Lui aveva inventato un racconto: il bicchiere, che sia mezzo pieno o mezzo vuoto poco importa, a prescindere da chi se lo berrà dopo, andrà tutto bene. E lei sapeva di non avere ancora le risposte a tutte le sue domande, ma senza troppi ostacoli e complicazioni, sapeva che non c’era altro posto al mondo dove avrebbe voluto essere.

1 risposta su “Non so parlar d’amore”

Complimenti Elena, scrivi proprio bene poichè il lettore è invogliato a continuare la lettura in quanto è molto scorrevole ed apre a molteplici scenari . Ed inoltre viva l’amore per le persone ed per i gatti !!!

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