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Osservare

È un’estate tiepida e piacevole, accompagnata da un sole che brucia nel cielo senza troppe pretese. Probabilmente quest’anno anche lui si è impigrito: imbroglia l’obbligo di levarsi ogni mattina lasciando spazio alla pioggia almeno una volta ogni due giorni.
E tu, come spesso accade, sei là seduta tra gli scogli, camuffata dalla giornata poco luminosa.
Hai indosso una gonna color sangue lunga fino ai piedi; si è inzuppata di mare sporco, ma non ci badi, perchè il tuo sguardo è perso verso l’orizzonte: indugia sui colori del cielo mentre ringrazi la sacralità di quel luogo, che riesce a nasconderti da qualsiasi occhio rischi di osservarti.
Non ti piace essere osservata, sei piuttosto un’abile osservatrice.
Gli sguardi degli altri, anche se sfuggenti, ti hanno sempre dato fastidio. Ti gettano addosso una sensazione di pressione così fastidiosa… lo so bene, solo tu sai descriverla così come la percepisci.
Per questo quando scherzando tra amici ti viene chiesto: «Se tu potessi avere un superpotere quale sarebbe?» rispondi sempre senza troppi dubbi: «L’invisibilità».
Ma certo, non è ovvio? Soltanto quella dote risulta desiderabile, utile.
Vuoi mettere leggere la mente? Un supplizio.
O vivere per sempre? La peggiore delle condanne.
Volare? Forse questo può essere interessante, ma mai, mai utile quanto essere osservatrice senza venir osservata;
muoversi per le strade senza essere scorta;
essere, senza esser giudicata.
Essere te in mezzo agli scogli, nella tua cara solitudine: senza equivoci, senza abbagli, senza fraintendimenti.

Adesso perdonerai la presunzione di quanto sto per dire: io sono un’eccezione.
Non mi limito ad osservarti: riesco a guardare i tuoi occhi. Addirittura intravedo le smorfie che si susseguono sul tuo volto mentre miri il mare: appari velata da una mite tristezza. Sotto la tua pelle scorre una sottile ma persistente malinconia, che affiora fugace anche quando sorridi, ridi, gioisci.
So che sei brava a gioire, non mi sfuggi: ti ho vista rallegrarti per l’inaspettato, per la magnificenza della natura. Ti ho vista quando hai amato, quando hai donato la felicità, quando hai mangiato il gelato ad inizio primavera, o la prima volta che hai avvicinato le labbra ad un microfono.
Da anni ti osservo dalla mia posizione privilegiata, anche se tu non lo sai. Attendo con pazienza il giorno in cui riuscirò ad inquadrarti, perché mai, in un’intera vita, sono riuscita a farlo.
Chi sei? Ho visto cambiare i paesaggi e te con loro: sei stata in montagna, al mare, al fiume, tra i laghi, sotto alle cascate; hai abbracciato praterie sconfinate, le città, le metropoli, il bosco. Hai indossato vestiti diversi, dipinto i tuoi capelli con l’arcobaleno, ed i tuoi occhi con diamanti scintillanti. Ma niente è durato tranne quella sottile, costante, impercettibile malinconia.
Oggi in riva al mare non riesco ad osservare la tua felicità.
Oh, giovane fanciulla con i capelli scompigliati dal vento e gli occhi rivolti verso il cielo, cosa vuoi di più degli occhi per vedere? Delle orecchie per sentire? Delle mani per toccare? Della labbra per baciare?
Se solo sapessi,
se solo potessi,
placherei il tuo tormento, lo giuro con la mia anima tra le dita, lo placherei.
Parlami, smetti di fingere, so che riesci ad udirmi.
Dimmi: quale volto, tra i nostri, è reale?
Ma tu taci. Osservi le onde, con loro ti agiti… e taci.
Taci come adesso che sei in riva al mare a guardare l’orizzonte, con lo sguardo presente ma allo stesso tempo assente, di chi ancora non ha capito come si smette di osservare sé stessi vivere.

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Fretta

In molti avranno, come me, imparato la sottile arte di aver fretta.
Quella sottile, impercettibile lezione di vita che viene somministrata ad ognuno fin da quando è bambino.
Si è già fatta mattina, la sveglia suona… Presto! Sveglia!È tardi è tardi!
Vestiti, colazione – di fretta quei biscotti che l’autobus bussa alla finestra –, lavarsi i denti, lo zaino sulle spalle.
Sali. Viaggio. Scendi.
Entri dalla porta delle elementari, esci da quella delle medie; la mattina dopo già apri la porta dell’università.
Nella fretta di scegliere la tua strada hai appena finito il primo appello.
(Sei anche felice di vivere da solo)
Il secondo appello.
(«Eppure fino a pochi minuti fa ero nel giardino a giocare a palla con i miei amici»)
Il terzo.
Frettoloso hai dato 29 esami, ma intanto non smetti di avere fretta.
Le superiori… sembra un’altra vita. Sì, hai 30 anni, quelli sono ricordi di un altro tempo.

(Nella fretta)
Hai fretta, ma continui a sentirti l’ultimo.
Hai fretta di avere fretta, tanto che non ti preoccupa più neanche avere ansia. L’ansia è utile concime: il giusto fertilizzante per crescere e stare al passo con la vita.
Così come un melo richiede la giusta ed amorevole cura per far maturare la fretta… forse sbaglio? Si chiamava frutta?
Nella fretta mi ero confusa.
La frutta non è da confondere con la fretta: lei almeno può tirare un sospiro di sollievo e bearsi di un’intera stagione di sole prendendosi un lasso di tempo lungo tanto quanto la aggrada per maturare. Sarà accarezzata dalle foglie gentili e visitata da qualche farfalla colorata. Diventerà bella scintillante, succosa, colorata, piena. Anche agli animali farà gola.


Non si sa bene come succeda, ma te di contro già pensi con piacere al momento in cui sarai solo nocciolo.
Hai fretta. Se studi sei un nullafacente («Ventisette anni, ancora studi? E l’affitto? Lo stipendio? I contributi? Non ti interessa guadagnare?»)
Scegli di non studiare, ti insegneranno che non hai studiato perché non sei abbastanza intelligente. Attento anche a non trovarti un buon lavoro se sei troppo giovane, ti scoprirai raccomandato.
Ah! Ricorda anche che se prendi tempo sei un figlio di papà.
Quale sia la tua scelta, ricordati di essere abbastanza rapido, o sei un fallito.
Hai fretta di trovare un lavoro e la frutta la mangi senza curartene troppo a metà mattina.
Stabilità, quale miraggio.
Inizi a chiederti per la prima volta se non sia che hai vissuto i primi (i più bei-) trent’anni della tua vita un po’ troppo di corsa. Ma anche questo lo fai di fretta, senza sentirti maturare sotto i raggi del sole, senza prenderti il tempo di conoscere – con delicatezza – i nuovi colori che ti si addicono, senza chiederti con la giusta premura se ti va bene piacere agli occhi di chi ti guarda o se preferiresti piacere a te stesso.
Ma c’è il benestare, la dovizia (lo stipendio!!!) e con la pancia piena di schifezze
(al posto della frutta)
ti arrangi a seguire i canoni.
Io non ho capito, nella fretta, dove si trova il tempo per essere felici.

Nato in un’epoca fortunata,
nato nel luogo fortunato,
non esiste lamento,
non esiste guerra a distruggere la tua fretta: sarà la tua fretta a distruggerti.

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Non so parlar d’amore

C’era una brezza leggera. Offriva una via di fuga ai capelli che aveva raccolto in una coda scarmigliata.
Era notte. Piena estate. Avrebbe detto insopportabilmente torrida, se non fosse stato per quel vento leggero che la rinfrescava abbastanza da costringerla, per stare all’aperto, a portare uno scialle sulle spalle. <<E di grazia – si disse –  finalmente un po’ di pace dai 40 gradi all’ombra>>.
Era seduta sul tetto del palazzo, in bilico tra il vuoto e lo spiazzo che stava sopra gli appartamenti condominiali; una delle sue gambe penzolava nel baratro che avrebbe condotto alla morte qualsiasi anima vi fosse caduta, a meno che questa non fosse dotata di un paio di ali. L’altra la teneva stretta al petto come fosse un peluche.
Le piaceva andare sul tetto a notte fonda. La quiete – parziale – che otteneva lassù pur essendo in una città così grande, le ricordava vagamente il silenzio del paesino in cui era cresciuta.
La cosa di cui sentiva di più la mancanza erano le stelle: in campagna l’inquinamento luminoso ridotto al minimo le consentiva di bearsi di uno spettacolo di luci meraviglioso, le costellazioni visibili quasi come se il cielo fosse una mappa tracciata. E le notti senza luna! In quei momenti la via lattea la abbagliava quanto un faro.
In città era diverso. Solo da lassù riusciva a scorgere qualche puntino nel cielo, ma solo i più luminosi e solo nelle notti più fonde.
Non era mai stata una persona a cui piacesse andare a letto presto, aveva sempre visto nella notte un fascino unico, soprattutto con la sua mente che in quelle ore faceva gli straordinari, così che non riusciva a dormire.
Quella sera aveva in mano una pagina di un suo vecchio diario, l’aveva strappata quello stesso pomeriggio nascondendola in tasca. Aveva tenuto diari per tutta la vita, ma raramente si ritrovava a leggere parole del passato. La pagina recitava:

“Lei è così. Pensa, va in confusione. Si contraddice, fa domande a cui non sa rispondere o a cui risponde in un modo che non le piace. Allora scava, scava, scava ancora… cerca, si immerge… sprofonda.
E’ buio, ma non ha paura. Ma ha paura. Allora deve riemergere in tutti i modi, a qualsiasi costo. Non ha mai capito, non è mai riuscita a vedere dove sta la semplicità. Cosa si provi nella semplicità.
‘Non cercare ostacoli, bambina, potrebbero non essercene.’ Qualcuno le aveva detto così. Qualcuno mi aveva detto così.

Mille e mille volte si era ritrovata ad affrontare il mondo che si diramava nella sua testa; parallelo alla realtà di tutti gli altri, per questo impossibile da carpire ed inesplorato dai più, ma sicuramente non meno reale. Nessuno sapeva dell’esistenza di quel mondo.
Forse qualcuno per sentito dire, ma il sentito dire rimane una leggenda in confronto all’ineluttabile realtà dove tutti nuotano senza farsi troppi domande, tra cui se esista altro di reale.
Lei camminava da sempre in bilico tra quelle due linee parallele, per questo per lei le cose, a volte, fungevano al contrario: “Non cercare strade più semplici, potrebbero non essercene”.

Speculazioni generiche: il suo punto forte, ma non il motivo per cui quella sera andò sul tetto. O forse si, dipende da come si osserva il motivo scritto nel successivo paragrafo di quella pagina di diario.
Un concetto che affascina e perché no, ossessiona, la mente degli uomini, creature ossessionate dall’amore.
Omologandosi alla moltitudine di ossessionati, nel suo diario aveva scritto tanto sull’amore, ma solo quella pagina del 15 Luglio 2017 quel giorno aveva destato la sua attenzione. Erano passati quasi tre anni da quelle frasi e ricordava benissimo la paura con cui le aveva scritte, pensando di essere incapace di amare.

Pensando che non ne sarebbe mai stata capace.

“Io ancora non ho capito cosa voglia dire amare. Credo di essere troppo impegnata a studiare meticolosamente  tutte le cose che non mi merito di avere e che non mi merito di sentire. O mi vergogno. Provo imbarazzo per la mia sensibilità.
Te diario senti? Che lingua piena di vocaboli con più significati che è l’italiano.
“Do you feel it?”
Caro diario, te le provi quelle emozioni?
Quelle negative, quelle positive, tutte. Io credo di essere stata, ad un certo punto, talmente convinta di non meritare quelle positive che ho smesso di sentirle. E la legge universale è semplice ed uguale per tutti. Quando una cosa pensi di non meritarla, semplicemente, quella non arriva. Chiamiamola legge di natura o grandissima rottura di coglioni – o enorme quantità di pippe mentali –  ma io sono seppur positiva, molto triste.
Ultimamene nel guazzabuglio, ho scoperto che posso piangere. Posso piangere per qualsiasi cosa, pare sia umano e non da persona debole.
Posso piangere per i nodi in gola, per un dito tagliato, anche per il nulla.
Mi hanno detto che è così che si ricomincia a sentire.
Deve essere così anche capire di amare.
Smettere di avere paura delle sensazioni, capire che non sono destinare a sovrastarti lasciandoti senza aria da respirare.
Quelle due parole rimangono incastrate in gola di punto in bianco, anche nei momenti in cui ti dici “forse in questo momento dovrei dirlo, ci starebbe bene”. La lingua si incolla al palato talmente tanto fortemente da impedire di aprire la bocca. A un certo punto come fai a non pensare di essere incapace di amare? Semplicemente, certe emozioni non fanno per me. Troppo complicato. Troppo difficile. Troppo… troppo.”

Sorrise.
In quel momento, ne era capace?
Era sempre stata sentimentalmente impulsiva, da quando era appena adolescente. Aveva avuto gli occhi a cuore, dolci e colmi di speranza, fino a diventare pieni di odio per questo “concetto” che all’epoca non riusciva a definire “solo” sentimento.
Strade semplici, concetti semplici, questi sconosciuti! Per lei, di banale, non era mai esistito niente.
Ricordò di aver passato mezza – o tutta – l’adolescenza a ripetersi che sta roba, l’amore, non esisteva.
Successivamente, da persona equilibrata quale sapeva di non essere, ribaltò tutto: un bel concetto.
Accontentiamoci quindi.
Anche lei lo meritava, no? Tutti meritiamo di innamorarci, siamo talmente meritevoli che scambiamo l’infatuazione con l’amare, con l’annessa trappola di scambiare l’eccitazione dei primi due mesi – l’adorabile e insostituibile invaghimento – per qualcosa che non è.
Andava sempre allo stesso modo: la relazione finiva per scelta non sua, così lei stracciava il suo spirito bagnandolo di fiumi di lacrime. Oppure, se la relazione durava troppo, non le andava più a genio. E giù a riempire pagine di diario.

Si alzò in piedi sul cornicione e sorrise al vento. Guardò giù. Le macchine sfrecciavano ed erano piccole piccole, viste da lontano. Dalla tasca prese l’accendino e per alcuni lunghi secondi si chiese se volesse o meno bruciare quella pagina.
<<No. È passato, ed è parte di ciò che sono oggi>> si disse.
Stava per accendersi una sigaretta, ma il gatto, che era appena apparso di soppiatto, aveva altri programmi, e iniziando a  strusciarsi insistentemente alle sue caviglie la costrinse ad accarezzarlo.
<<Gatto, ho imparato ad amare secondo te?>>
Lui in risposta le diede un ultimo colpo di coda sullo stinco ed iniziò a preoccuparsi dei pipistrelli che volavano a bassa quota.
Un vero felino, molto interessato alla sorte della sua umana.
<<Sai gatto, probabilmente io funziono al contrario. Ho imparato prima cosa vuol dire essere amati. A parte te, che beh… sei costretto, esiste anche un’altra persona che intravede quel casino dell’universo che ho dentro la testa e non scappa>>. Il gatto continuava a saltellare tra le piastrelle parecchio disinteressato al suo monologo, ma lei continuò a parlare.
<<Magari non capisce, come te, ma vuole farlo. Ascolta, ha opinioni… e riesce nella cosa più grande che un essere umano possa fare: non si alimenta di giudizio.
Fa domande, non formula ipotesi.
Consigli non sentenze.
Sorrisi non derisione.
Leggerezza non superficialità.
E io non volevo meritarmelo per niente al mondo. Ma poi alla fine succede, succede davvero.
Capisci che c’è qualcosa di più profondo rispetto alla meravigliosa eccitazione dei primi mesi perché l’inesplorato che vive dentro la tua testa sgorga come un fiume in piena chiedendo liberazione dall’universo vile che compone la tua realtà e che nessuno riesce a vedere. Tranne lui.
Non si tratta più di sentirsi meritevoli di cose belle, non si tratta di avere o meno la forza di affrontarsi da soli ogni giorno, si tratta della dolcezza dell’avere un aiuto a liberarsi, la priorità cambia perché c’è solo il bisogno di sentirsi dire che la pioggia prima o poi smetterà di cadere, che qualcosa di giusto dentro la tua testa c’è, che addirittura ti meriti di essere felice>>.

<<Miao!Prrr…>> Il micio guardava a turno tra lei e la porta delle scale. Aveva sonno. O fame. Aprì la porta e scese due rampe di scale fino a casa. Entrò in camera a luce spenta, il gatto con lei. Saltò sul letto acciambellandosi sul cuscino.
Dalla tenda rossa filtravano leggere le luci della città.
Negli anni aveva conservato l’abilità nel ragionare, ancora consapevole di non saper parlare di sentimenti, di amore.
<<Sarei la peggiore protagonista che si sia mai vista in un romanzo rosa, nemmeno lo scrittore saprebbe come spillarmi di bocca parole ad hoc>> pensò.
Lasciò la finestra è guardò il letto, il gatto era lievemente illuminato dai bagliori che attraversavano la tenda.
A pochi centimetri da lui, rilassato tra le braccia di Morfeo, c’era una persona.
Lui l’aveva portata oltre i dubbi e le speculazioni e aveva fatto anche molto di più: le lasciava l’ultimo morso di torta, l’ultimo sorso di succo di frutta, l’ultimo pezzo di cioccolata, il pistacchio intero dentro il gelato,  l’ultimo tiro di sigaretta e pure tre quarti di spazio sul letto – e lasciava metà del rimanente al gatto –.
Lui aveva inventato un racconto: il bicchiere, che sia mezzo pieno o mezzo vuoto poco importa, a prescindere da chi se lo berrà dopo, andrà tutto bene. E lei sapeva di non avere ancora le risposte a tutte le sue domande, ma senza troppi ostacoli e complicazioni, sapeva che non c’era altro posto al mondo dove avrebbe voluto essere.

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Eternità

L’ho odiata questa vita. Giuro, l’ho odiata per un’eternità.
Uno stesso lasso temporale può essere percepito come breve o infinito, a seconda di ciò che lo accompagna.

Le novità lo accorciano, l’abitudine rende ogni ora uguale a sé stessa; ripetizione, schemi, ore dilatate,
una giornata… sembra… non finire… non finire… finire… mai.

L’alba del nuovo giorno incombeva. Aveva un fiato fetido e insostenibile. Il nuovo giorno era vuoto di sapori, pieno di ore, un susseguirsi univoco, senza un colore.
Grigio.
Un circolo vizioso.
E’ così che ho capito di odiarla per la prima volta.
Era un giorno di pioggia, no, forse era un giorno di sole, no.
So solo che quando mi sono svegliata ero talmente stanca che già sembrava sera, sul collo pesava una coperta grande come un macigno. Inquietante.
Pillole di sopportazione sul comodino, erano apparse.
Pillole di sopportazione, le mandavo giù – metaforicamente –  ogni mattina sperando che bastassero per arrivare alla notte, così da poter sparire sotto le coperte – quelle vere, fatte di stoffa –.

La mia eternità di odio verso questa vita, vissuta con stoica sopportazione e quella forza d’animo che si riconosce solo ai cavalieri (con cavallo armatura e tutto), al momento di tirare le somme ho scoperto essere durata al massimo un paio d’anni.
E che sono un paio d’anni in confronto ad un’intera esistenza?
L’ho odiata questa vita, per un’eternità talmente breve che a un certo punto ne sono uscita.
Ho smesso di odiarla, questa vita.
Non mi piacciono i circoli viziosi, preferisco la fantasia fantasiosa, fatta a modo mio.
Mi piace vedere un po’ di sole, che sia prima o dopo la pioggia poco importa, basta che ci sia.
E comunque la pioggia non dura mai per sempre.

E l’odio è raro.

Quando ci si concede precipitosamente all’odio si mette un piede in fallo già ancor prima di aver davvero mosso la gamba.
Mi rendo più chiara e leggibile: odiare qualcosa (o qualcuno) è, di fatto, un fatto impegnativo: tempo, memoria, pazienza, impegna giorni, ore, mesi, impegna la rabbia. Se qualcosa (o qualcuno) ti ha talmente rotto le palle da tendere ai limiti della sopportazione i tuoi poveri nervi… non vuoi saperne più nulla.

Mi spiego?

Piuttosto un sorriso di sfuggita “arrivederci, grazie, e a mai più”
ma odiare? Fate sul serio?
Una bella fatica.
Provare una roba del genere: se lo si fa non si può essere tanto ingenui da pensare che l’oggetto verso cui è rivolta tale sensazione non sia davvero importante.

E lei… che vi devo dire? Importante lo era. Importante lo è. Valeva la pena di sprecare tempo per odiarla.

Così ho lentamente accettato di pensarla con tanta intensità e… come dire: mi sono arresa a non odiarla più. Non è colpa sua se dobbiamo convivere – io e lei – e soprattutto quando dobbiamo conversare non posso sottrarmi, la testa è una (potrei staccarmela?). Insomma, per rompere la mia abitudine fatta di alzate mattutine con coperta e pillole, sono arrivata ad un estremo gesto, primordiale, sconsiderato. Ho iniziato a smettere di farmi domande.
Per esempio: vi siete mai chiesti quale possa essere l’effetto sull’ordine dell’universo nello scegliere se andare a mangiare la pizza o il sushi? Gelato al cioccolato o al pistacchio? Pullman o tram? Cosa può determinare questa scelta nella vita delle altre persone, o nell’equilibrio del loro organismo? O del vostro organismo? La storia del battito d’ali di una farfalla? Se oggi mi gratto la testa, cosa succederà nell’equilibrio del mio cuoio capelluto?
Complicazioni. Dubbi amletici. Rapporti interpersonali… aperti e incontrollati.
No, non lo faccio più.
La curiosa novità si è creata da quando alle domande rispondo con sarcasmo. Ho anche sviluppato senso di piacere nel riuscire a trasmettere a chi mi trovo di fronte il semplice concetto di farsi un pochino meno domande. Un pochino meno cazzate, per così dire.

Durante quell’eternità di odio e pillole di sopportazione, alla fine ho anche imparato a guardare il punto di vista diverso, da cui non posso più prescindere se voglio vedere la punta di bianco nel nero. Quell’unico – per ora –  punto di vista che ancora non avevo mai esplorato, quello che mi ha fatto dire che se la si odia, un po’, in fondo questa vita anche la si ama.
E ciò che si ama non può che essere semplice.

L’ho sempre pensato: le cose complicate – troppo complicate – richiedono energie (infinite) per poter essere amate senza renderci l’esistenza un inferno. Detto da una ingarbugliata come me…
Ho scoperto anche che, se chi ho intorno ride, rido meglio anche io.
Assurdo, ma a me piace ridere.
Forse un po’ per egoismo vorrei che anche altri non la odiassero, la vita, o che quantomeno non se la complicassero.
Può essere che io sia un po’ egoista, ma anche se non lo vedo un egoismo dannoso è pur sempre accompagnato dal giudizio.

O magari, ancora non ci ho capito nulla.

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Io ti vedo

La musica era particolare. Ritmica, estremamente ritmica. A tratti ricordava un fruscio, in altri momenti l’abbattersi di una frusta sul bersaglio – il mare –. In sottofondo, poi, vi era una melodia costante, sottile e tagliente – il vento – accompagnata da un tamburellare insistente e sottile, come di microscopiche bacchette su una gigantesca batteria – la pioggia –.

La giovane aveva gli occhi serrati mentre si beava del concerto dal suo timido riparo sulla spiaggia. Era notte fonda, e l’immaginazione aveva un posto da privilegiata: era in prima fila per quello spettacolo, per questo gli occhi non le erano utili.
Vagava. Da un’immagine ad un’altra. Da un avvenimento felice ad un timore. Da un ricordo ad un desiderio.
Qualcuno scostò la tenda che copriva l’ingresso della capanna di canniccio.

<<Cosa fai qui sotto l’acqua?>> le disse.

<<Non sono sotto l’acqua, come puoi ben vedere sono riparata>> rispose lei senza muoversi di un millimetro e senza aprire gli occhi.

<<Ok… cosa fai qua fuori, dentro un’umida capanna improvvisata? Potresti tranquillamente raggiungerci nel bungalow>>.

<<Shhh..>> fece lei, aggrottando le sopracciglia infastidita.

<<Andiamo Alice, falla finita>> commentò lui laconico.

Finalmente Alice aprì gli occhi, e sbuffando si tirò su a sedere <<Ottimo Adam,  sei riuscito a rompere la mia quiete, grazie. Prenditi due minuti e prova anche tu a stare zitto e ad ascoltare il mare e il suono della natura invece di dirmi per la centesima volta che devo entrare dentro con gli altri. Non ho voglia>>.

<<Sei sempre arrabbiata per oggi>> disse lui entrando e sedendosi accanto a lei. Non era una domanda o un’accusa, ma una semplice constatazione. <<A parte quell’evento, ti sei divertita almeno un po’?>>.

Alice lo guardò <<Che fai adesso, mi compatisci?>>

<<Non ci penso nemmeno. Non voglio mica essere preso a calci>> le rispose azzardando un sorriso, che per fortuna ebbe l’effetto desiderato di distenderla.

<<Suppongo di si, di essermi divertita nonostante il mal di testa e il caldo asfissiante. E’ stato carino lanciarsi in mezzo al mare con le maschere e gli amici. Se poi non fossi quasi affogata mi sarei divertita anche di più – disse con sarcasmo –  e sono consapevole di essere arrabbiata per il niente dal tuo punto di vista>>.

<<Mi credi così poco intelligente?>>

<<No, assolutamente. Semplicemente molto spesso io stessa faccio fatica a comprendermi, non ho la pretesa che tu ci riesca prima di me>>.

<<Perché non provi semplicemente a dirmi cosa stai pensando? Potrei sorprenderti. Intanto ho capito che sei arrabbiata, e non con noi>>.

*

Quel pomeriggio era stato quasi perfetto. Il sole era caldo e alto, il cielo azzurro e il mare calmo e pulitissimo. Mentre Alice, Adam e gli altri quattro amici stavano facendo snorkeling, la ragazza si era ritrovata improvvisamente nell’acqua alta circondata da banchi di alghe nere. Un istante, breve e fatale, le fu sufficiente a rendersi conto che tutti gli erano parecchio distanti da lei. Il panico la assalì senza neanche chiedere il permesso.
Il mare le piaceva, ma non si fidava.
Sapeva nuotare, ma all’improvviso si era ritrovata senza fiato e senza forze.
Nonostante ciò non le venne subito in mente di richiamare l’attenzione di Abigail, che tra tutti era la più vicina. Perse piuttosto pochi secondi a chiedersi se fosse o meno il caso di disturbare il prossimo perché una paura insensata la stava facendo smettere di respirare (si, in mezzo al mare, non esattamente un posto ideale). Nel frattempo Abigail si stava allontanando, mentre Adam aveva notato da solo il problema. Così, quando Alice si decise ad urlare e cercare di nuotare verso riva, lui l’aveva già raggiunta, e prendendola per la vita nuotò con lei fino alla spiaggia, dove la prima cosa che Alice disse fu “tutti, tutti sapete che ho un rapporto amore odio con il mare e che mi spavento subito, nonostante questo mi avete lasciato sola in mezzo ad un banco di alghe”.
Se ne pentì subito.
La pervase il senso di colpa per aver accusato qualcun altro di quella che era semplicemente una sua debolezza. Sensazione che si aggravò quando in poco tempo tutti gli amici la circondarono sulla sabbia chiedendole se stava bene. Le dava immensamente fastidio tutta quell’apprensione e quell’inutile preoccupazione. Stava rovinando la giornata a tutti.
Nella sua testa due parti combattevano tra loro: una si chiedeva se non fosse semplice e umano accettare di essere accudita senza sentirsi inadatta o piagnucolona, l’altra era arrabbiata con la situazione e con se’ stessa per aver messo su quel maledetto teatrino.
Esternamente si limitò a spostare l’attenzione su altre cose, e quando Adam si mostrò preoccupato perché aveva capito che la ragazza aveva quasi avuto un attacco di panico, Alice lo fece passare come esageratamente apprensivo.

*

Adam ci aveva visto giusto. Alice era arrabbiata, si, ma con chi?

<<Hai ragione. Non sono arrabbiata con voi per avermi lasciato da sola. Sono arrabbiata con me stessa per non essere stata abbastanza coraggiosa e per aver anche solo pensato che dovevate avere un occhio di riguardo. E poi… è incredibile.
Sono preda di pensieri che mi rimbalzano in testa. Mi sento alla mercé di un filo logico ma anche illogico di immagini e idee che mi trascinano in modo continuo, e che non mi consentono di vivere in modo sereno anche una bella giornata tra gli amici come questa. Sono spettatore e giudice di quello che mi succede intorno, come se non fossi veramente io a vivere la mia vita ma fossi qua a guardarmi scegliere la prossima azione da compiere per essere una persona normale. Ha senso?>> disse Alice sospirando.

<<Tutto questo ti è scaturito da oggi?>>

<<Si… e no. Non lo so, sono sempre un po’ così. Alcuni giorni di più, altri meno. Oggi sicuramente sono stata infastidita da me stessa. Anche ora mi do fastidio. Per questo sono venuta qua fuori ad ascoltare il mare. Non voglio dare fastidio anche a voi>>.

<<Alice, siamo amici. Non ci dai fastidio perché hai quasi avuto un attacco di panico, è normale preoccuparsi se un’amica non sta bene. Perché è così difficile per te capire che è un riflesso spontaneo, umano, che non siamo stizziti per questo?>> chiese Adam avvicinandosi per riuscire a vederla meglio in viso nella penombra. Lei guardava il vuoto.

<<Non so darti una risposta. Sono le sensazioni che parlano per me. E’ come se non riuscissi a percepire questa normalità di cui parli>> ed era vero: non a livello consapevole, non avrebbe saputo spiegarlo. Era una vibrazione sotto la pelle, nelle viscere. Un malessere.

<<Devi smetterla di pensare di non meritarti l’affetto delle persone>> disse all’improvviso Adam con tono fermo e consapevole, ma gentile.

Alice ebbe un sussulto. Era stato estremamente diretto, con quella frase aveva sorpassato una linea di confine, azzardando un commento su qualcosa di estremamente intimo: aveva letto sotto la pelle di lei e aveva capito quelle sensazioni che le parlavano senza palesarsi, aveva dato loro un nome anticipando cose che lei ancora faticava a capire. Sentì calore nel petto, qualcosa di bello. Una consapevolezza?

<<Io… non so cosa risponderti>> si limitò a sussurrare Alice.

<<Non importa, io ho capito>>.

Fuori, intanto aveva smesso di piovere. Dalla tenda sottile si iniziava ad intravedere la luna fare capolino tra le nuvole e le prime stelle.
Adam si alzò e prese Alice per mano, costringendola a seguirlo fuori.

<<Che fai?>> disse lei intorpidita, quasi come se quel gesto l’avesse risvegliata dalla tempesta emotiva che era scoppiata pochi minuti prima <<Che giorno è oggi?>> le rispose lui.

<<E’ il… 27 luglio, ma che c’entra?>>

<<Caldo a sufficienza per fare il bagno con la luna non trovi? – disse con un sorriso più luminoso delle stelle – non fare quella faccia sconcertata scema, andiamo>>.

<<Non so se sono in vena di far fest…>> non riuscì a finire la frase perché lui la interruppe accarezzandole una guancia. Un istante. E poi si buttò in mare.
Alice rimase qualche secondo immobile. Era davvero così? Era arrabbiata con sé stessa perché non riusciva ad accettare il bene che veniva dagli altri? Era così tanto concentrata nel lieve disprezzo che aveva per sé stessa da pensare che questo le fosse rivolto anche dagli altri?
Si tolse la maglia e avvicinò l’asciugamano a riva.
E Adam aveva capito tutto? Quello che le frullava nella testa? La conosceva davvero così bene?
Ormai era rimasta in costume e aveva i piedi nell’acqua.

<<E dai buttati>> disse Adam qualche metro più in là riemergendo da sotto una piccola onda.

“Se mi butto, voglio che quest’acqua lavi via tutto, almeno per un’ora. Voglio essere io com’ero prima di diventare preda di me stessa”

Con questa frase in testa si tirò nell’acqua. Era fresca pur essendo notte, probabilmente perché aveva appena piovuto.

<<Brava! Visto che non era difficile>>

<<Non lo era>> disse sorridendo e nuotando verso di lui, mentre i capelli lunghi le si inzuppavano di acqua e sale.

<<Hai visto che spettacolo la luna piena? Una notte così bella non poteva essere sprecata. Hai fatto bene a non rientrare. Sei stata più lungimirante di tutti noi>>.

Alice storse la bocca <<Beh, in realtà non sono rientrata perché…>> <<Lo so Alice – la interruppe con un buffetto sul braccio – ma guarda com’è andata a finire poi, no?>>.

Si girò verso di lui. I suoi occhi ridevano ancora di più della sua bocca, erano luminosi e caldi, le dicevano qualcosa di diverso sotto pelle, le dicevano che aveva ragione lui, che poteva accettare il bene che veniva dagli altri.

<<Adam… – l’onda successiva la portò diretta a pochi centimetri da lui, che l’abbracciò – grazie>>.

<<Gli amici servono anche a questo, no?>> le rispose, un istante prima di baciarla.


  1. Complimenti Elena per aver fatto credere che il bel ragazzo dagli occhi azzurri fosse un altro e non il marito…

  2. Hai fatto bene a cambiare il titolo poichè dà proprio l’idea che le occasioni non vanno sprecate poiche l’orologio della…