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Imparare a volare

6. Wanderlust

INTRODUZIONE

Vi presento il sesto capitolo della raccolta “Imparare a volare”. Il caso vuole che io non ricordi bene come sia nato questo racconto, ricordo però quando: era il 2016, l’anno in cui il mio viaggio è veramente iniziato. Tenete con voi questo racconto, leggetelo con la consapevolezza che la sua posizione a metà raccolta ha un ben preciso significato: da adesso in poi la narrazione diventerà cupa, e, prossimamente, vedranno la luce racconti intrisi di malinconia, melanconia e dolore. 

Per questo racconto ho chiesto alla mia cara amica @giulia_trio_art (studente di pittura ad olio) di creare un’illustrazione ad hoc. Dopo una fase iniziale in cui le ho suggerito le mie idee, abbiamo concluso che la vera espressione artistica richiede spontaneità: Giulia ha creato un disegno sulla base di ciò che il racconto le ha evocato.  


La chiamano wanderlust: la “sindrome” di chi non può stare senza viaggiare. Le persone vacanziere, in modo semplicistico, usano questo termine per descrivere la propria passione nel trascorrere le ferie lontano da casa.
Funziona così la nostra società: ad ogni concetto si attribuisce un nome, un’etichetta; si ricerca un filo conduttore che colleghi tra loro un gruppo di persone, al fine di creare una categoria, che finisce, immancabilmente, per essere main stream.
Mi chiamo Abigail, e non apprezzo questa definizione semplicistica. Non mi ritengo una persona polemica, sono solo molto affezionata a qualsiasi cosa sia in grado di toccare tasti profondi dentro la mia anima, e per me, wanderlust è stato un percorso di vita. 
Questa parola è ormai diventata un brand: la si legge a scopi pubblicitari nelle vetrine delle agenzie di viaggio, la si scorge nelle riviste e nel mondo dei social. Il concetto è stato ridimensionato, fino a rendere ordinario l’eccezionale, e sottrarre un poco di quell’intimità che chi viaggia alla scoperta di desideri ignoti prova quando programma l’atterraggio successivo.

Parecchi anni fa, ero una bambina molto curiosa. Ricordo ancora molto bene di aver scorto quella parola per la prima volta quando avevo appena imparato a leggere: «Mamma, cosa significa wa… wandre… wander… lust?».
Mia madre ed io eravamo sedute nella sala d’aspetto dello studio dentistico, e, in attesa della visita, avevamo casualmente iniziato a sfogliare una rivista. Mentre mamma girava rapidamente le pagine, ero stata attratta da quelle poche sillabe riportate in una pagina colorata, piena di persone sorridenti con in mano valige e borsoni.
«Credo di aver letto questa parola navigando su internet», mi aveva detto, «se non sbaglio, con wanderlust si indica la malattia del viaggiatore», e intanto continuava a sfogliare il giornale distrattamente.
«Oh. Fa male alla salute viaggiare?» avevo chiesto con gli occhi pieni di curiosità.
In risposta mamma aveva iniziato a ridere particolarmente divertita, e posando il giornaletto aveva aggiunto: «Certo che no, bambina mia, è un modo di dire: le persone a cui piace tanto tanto viaggiare lo farebbero sempre. Non appena rincasano da una vacanza, prenotano subito la successiva: si comportano come se fossero dipendenti dal girovagare per il mondo. Per questo, qualcuno ha inventato la parola wanderlust. A me più che altro pare un modo per prendere in giro le persone che sprecano i loro stipendi con queste assurdità».
Nonostante la spiegazione, non avevo capito assolutamente cosa significasse wanderlust. Nella mia testa, infatti, si era generato un curioso gioco di pensieri. La parola “malattia” era stata la causa scatenante: avevo immaginato passeggeri con fratture, con la testa fasciata, il raffreddore o la febbre alta. Non avevo fatto in tempo ad approfondire, perché la dentista aveva aperto la porta dello studio, invitandoci ad entrare, ed una volta finita la visita, la piccola me stessa aveva dimenticato la breve conversazione.
Ciononostante la parola wanderlust, da quel giorno, rimase impressa inconsciamente nei meandri della mia mente. Per un buon motivo, avrebbe commentato il fato, dato che non appena ne ebbi l’occasione, presi il primo aereo in solitudine.

Ricordo bene anche quell’evento.
Era una mattina fresca e soleggiata: l’alba di un’estate che preannunciava di essere torrida. Non ero ancora maggiorenne, e i miei genitori mi avevano accompagnata in aeroporto, da dove stavo per volare fino alla bella Siviglia, nella sconosciuta Spagna.
«Abigail, tesoro, hai fatto programmi per questa settimana di vacanza?» aveva esordito mia madre in auto, risvegliandomi da un nebuloso torpore.
«Nessun programma al momento, ma lo faremo. Maria vive a Siviglia da mesi, conosce il posto», avevo detto distrattamente.
«Vai all’estero senza programmare alcunché? Non sai neanche la lingua, speriamo tu non ti perda all’aeroporto!» a mio padre era sempre piaciuto schernirmi – in modo affettuoso –. Io non avevo dato peso a quelle parole: non riuscivo a guardare oltre il semplice gesto di poter, per la prima volta, volare via.
Più tardi, mentre l’aereo stava per alzarsi verso il cielo, avevo capito: la mia prima vacanza senza famiglia, non era altro che l’inizio del mio wanderlust.

Da quel momento ogni giorno vissuto e ogni anno trascorso, hanno incrementato il mio irrefrenabile desiderio di esplorare, di andare oltre al mondo conosciuto e affrontare sfide impreviste, di scovare posti nuovi, culture, cibi.
Ogni volta che si è presentata l’occasione, ho assecondato il mio bisogno: ho scoperto città costiere e città montane, metropoli e piccoli borghi storici, luoghi moderni e affollati intrisi delle memorie della storia e di chi, prima di me, ha camminato su quelle strade.
Con il tempo ho creato le due versioni di Abigal che esistono oggi: ci sono cose che dico ed altre che mi limito a pensare.
Ciò che dico di amare di più del viaggio, è la possibilità di osservare ogni cosa ed ogni persona, così da sentirmi proiettata alla ricerca di nuove prospettive, nuovi orizzonti: grazie a stimoli diversi da quelli ordinari e possibilità sconosciute, accolgo realtà parallele che non avevo mai considerato prima, semplicemente perché non sapevo della loro esistenza.
Ciò che non dico, è quanto di più profondo io percepisca, perché evoca le emozioni che alloggiano rannicchiate, quasi nascoste, all’ombra delle mie parole: viaggiare per fuggire.
La mia vita, come quella di chiunque altro, è stata costellata da momenti diversi: positivi o negativi, apprezzabili, difficili o stressanti. La immagino schematizzata su un grafico cartesiano: una curva fatta di alti e bassi, picchi e valli. Quando la mia personale curva si avvicina ad un minimo, prenoto un aereo.
Bastano solo pochi giorni in un posto nuovo: agiscono da cura, medicina per la mia insoddisfazione, per la tristezza e la malinconia. Alla costante ricerca dell’eccezionalità che da adolescente invidiavo alle eroine dei romanzi fantasy, non voglio arrendermi ad una vita scandita da ritmi scontati, bensì vivere l’avventura nell’ordinaria eccezione alla routine.
Quando rincaso dopo un viaggio, provo la stessa sensazione che nella mia immaginazione dovrebbe percepire un’automobile dopo il pieno.
O almeno così è stato, fino a pochissimo tempo fa.
All’improvviso, senza avvertimenti, insieme ai doveri e alle responsabilità, sono arrivate consapevolezze nuove: mi sono resa conto che le piccole fughe degli anni passati mi hanno riempita, ma soprattutto illusa. Ho scoperto che fuggire ricarica le mie difese soltanto se, prima della partenza, sono già consapevole di quali siano i miei piccoli nemici. La fuga diventa invece inutile, se a tormentarmi sono i demoni dell’anima che non riesco ad individuare.
Ho colto così una piccola ombra in wanderlust, qualcosa che non riesco a capire fino in fondo, una domanda che nella mia testa risuona sempre più insistentemente: «Dove fuggi, quando ciò da cui fuggi sei te stesso?»
Eccomi: per la prima volta, temo di non poter affrontare un minimo della vita con un viaggio. Ho sempre tenuto le redini della mia esistenza saldamente tra le dita, senza cedimenti o debolezze, per questo adesso ho paura: in me è nato lo sconforto, ho perso la lucidità. Eppure al contempo, ho trovato un nuovo coraggio: quello del cambiamento.
Non posso comportarmi come di consueto, non posso volare via: devo provare a navigare, fare rotta verso gli angoli più reconditi del mare che alberga dentro di me.
Quell’azzurro che ho sempre finto di non conoscere, dicendo a chiunque «A me non piace il mare».
In fondo lo so: se ciò che cerco non sono riuscita a trovarlo in quanto vissuto fino ad ora, non mi resta altra scelta se non intraprendere una rotta che non ho mai intrapreso prima.

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