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Collaborazione FdZ

L’Asciuga Pensieri

Sono lieta di presentarvi un’altra collaborazione con @finestredizucchero! Il racconto di oggi è nato, come il precedente, sulla base di due elementi da rendere centrali nella storia: un asciugamano ed una partita di basket.

Devo ammettere che avendo delle conoscenze pressoché inesistenti su questo sport ho temuto di dovermi arrendere. Invece alla fine sono riuscita ad escogitare una storia che avesse un filo logico! A voi il link per raggiungere il racconto ⇓⇓⇓⇓

L’ Asciuga Pensieri

Buona lettura! Condividete, commentate, fate critiche costruttive, io vi aspetto 🙂

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Imparare a volare

6. Wanderlust

INTRODUZIONE

Vi presento il sesto capitolo della raccolta “Imparare a volare”. Il caso vuole che io non ricordi bene come sia nato questo racconto, ricordo però quando: era il 2016, l’anno in cui il mio viaggio è veramente iniziato. Tenete con voi questo racconto, leggetelo con la consapevolezza che la sua posizione a metà raccolta ha un ben preciso significato: da adesso in poi la narrazione diventerà cupa, e, prossimamente, vedranno la luce racconti intrisi di malinconia, melanconia e dolore. 

Per questo racconto ho chiesto alla mia cara amica @giulia_trio_art (studente di pittura ad olio) di creare un’illustrazione ad hoc. Dopo una fase iniziale in cui le ho suggerito le mie idee, abbiamo concluso che la vera espressione artistica richiede spontaneità: Giulia ha creato un disegno sulla base di ciò che il racconto le ha evocato.  


La chiamano wanderlust: la “sindrome” di chi non può stare senza viaggiare. Le persone vacanziere, in modo semplicistico, usano questo termine per descrivere la propria passione nel trascorrere le ferie lontano da casa.
Funziona così la nostra società: ad ogni concetto si attribuisce un nome, un’etichetta; si ricerca un filo conduttore che colleghi tra loro un gruppo di persone, al fine di creare una categoria, che finisce, immancabilmente, per essere main stream.
Mi chiamo Abigail, e non apprezzo questa definizione semplicistica. Non mi ritengo una persona polemica, sono solo molto affezionata a qualsiasi cosa sia in grado di toccare tasti profondi dentro la mia anima, e per me, wanderlust è stato un percorso di vita. 
Questa parola è ormai diventata un brand: la si legge a scopi pubblicitari nelle vetrine delle agenzie di viaggio, la si scorge nelle riviste e nel mondo dei social. Il concetto è stato ridimensionato, fino a rendere ordinario l’eccezionale, e sottrarre un poco di quell’intimità che chi viaggia alla scoperta di desideri ignoti prova quando programma l’atterraggio successivo.

Parecchi anni fa, ero una bambina molto curiosa. Ricordo ancora molto bene di aver scorto quella parola per la prima volta quando avevo appena imparato a leggere: «Mamma, cosa significa wa… wandre… wander… lust?».
Mia madre ed io eravamo sedute nella sala d’aspetto dello studio dentistico, e, in attesa della visita, avevamo casualmente iniziato a sfogliare una rivista. Mentre mamma girava rapidamente le pagine, ero stata attratta da quelle poche sillabe riportate in una pagina colorata, piena di persone sorridenti con in mano valige e borsoni.
«Credo di aver letto questa parola navigando su internet», mi aveva detto, «se non sbaglio, con wanderlust si indica la malattia del viaggiatore», e intanto continuava a sfogliare il giornale distrattamente.
«Oh. Fa male alla salute viaggiare?» avevo chiesto con gli occhi pieni di curiosità.
In risposta mamma aveva iniziato a ridere particolarmente divertita, e posando il giornaletto aveva aggiunto: «Certo che no, bambina mia, è un modo di dire: le persone a cui piace tanto tanto viaggiare lo farebbero sempre. Non appena rincasano da una vacanza, prenotano subito la successiva: si comportano come se fossero dipendenti dal girovagare per il mondo. Per questo, qualcuno ha inventato la parola wanderlust. A me più che altro pare un modo per prendere in giro le persone che sprecano i loro stipendi con queste assurdità».
Nonostante la spiegazione, non avevo capito assolutamente cosa significasse wanderlust. Nella mia testa, infatti, si era generato un curioso gioco di pensieri. La parola “malattia” era stata la causa scatenante: avevo immaginato passeggeri con fratture, con la testa fasciata, il raffreddore o la febbre alta. Non avevo fatto in tempo ad approfondire, perché la dentista aveva aperto la porta dello studio, invitandoci ad entrare, ed una volta finita la visita, la piccola me stessa aveva dimenticato la breve conversazione.
Ciononostante la parola wanderlust, da quel giorno, rimase impressa inconsciamente nei meandri della mia mente. Per un buon motivo, avrebbe commentato il fato, dato che non appena ne ebbi l’occasione, presi il primo aereo in solitudine.

Ricordo bene anche quell’evento.
Era una mattina fresca e soleggiata: l’alba di un’estate che preannunciava di essere torrida. Non ero ancora maggiorenne, e i miei genitori mi avevano accompagnata in aeroporto, da dove stavo per volare fino alla bella Siviglia, nella sconosciuta Spagna.
«Abigail, tesoro, hai fatto programmi per questa settimana di vacanza?» aveva esordito mia madre in auto, risvegliandomi da un nebuloso torpore.
«Nessun programma al momento, ma lo faremo. Maria vive a Siviglia da mesi, conosce il posto», avevo detto distrattamente.
«Vai all’estero senza programmare alcunché? Non sai neanche la lingua, speriamo tu non ti perda all’aeroporto!» a mio padre era sempre piaciuto schernirmi – in modo affettuoso –. Io non avevo dato peso a quelle parole: non riuscivo a guardare oltre il semplice gesto di poter, per la prima volta, volare via.
Più tardi, mentre l’aereo stava per alzarsi verso il cielo, avevo capito: la mia prima vacanza senza famiglia, non era altro che l’inizio del mio wanderlust.

Da quel momento ogni giorno vissuto e ogni anno trascorso, hanno incrementato il mio irrefrenabile desiderio di esplorare, di andare oltre al mondo conosciuto e affrontare sfide impreviste, di scovare posti nuovi, culture, cibi.
Ogni volta che si è presentata l’occasione, ho assecondato il mio bisogno: ho scoperto città costiere e città montane, metropoli e piccoli borghi storici, luoghi moderni e affollati intrisi delle memorie della storia e di chi, prima di me, ha camminato su quelle strade.
Con il tempo ho creato le due versioni di Abigal che esistono oggi: ci sono cose che dico ed altre che mi limito a pensare.
Ciò che dico di amare di più del viaggio, è la possibilità di osservare ogni cosa ed ogni persona, così da sentirmi proiettata alla ricerca di nuove prospettive, nuovi orizzonti: grazie a stimoli diversi da quelli ordinari e possibilità sconosciute, accolgo realtà parallele che non avevo mai considerato prima, semplicemente perché non sapevo della loro esistenza.
Ciò che non dico, è quanto di più profondo io percepisca, perché evoca le emozioni che alloggiano rannicchiate, quasi nascoste, all’ombra delle mie parole: viaggiare per fuggire.
La mia vita, come quella di chiunque altro, è stata costellata da momenti diversi: positivi o negativi, apprezzabili, difficili o stressanti. La immagino schematizzata su un grafico cartesiano: una curva fatta di alti e bassi, picchi e valli. Quando la mia personale curva si avvicina ad un minimo, prenoto un aereo.
Bastano solo pochi giorni in un posto nuovo: agiscono da cura, medicina per la mia insoddisfazione, per la tristezza e la malinconia. Alla costante ricerca dell’eccezionalità che da adolescente invidiavo alle eroine dei romanzi fantasy, non voglio arrendermi ad una vita scandita da ritmi scontati, bensì vivere l’avventura nell’ordinaria eccezione alla routine.
Quando rincaso dopo un viaggio, provo la stessa sensazione che nella mia immaginazione dovrebbe percepire un’automobile dopo il pieno.
O almeno così è stato, fino a pochissimo tempo fa.
All’improvviso, senza avvertimenti, insieme ai doveri e alle responsabilità, sono arrivate consapevolezze nuove: mi sono resa conto che le piccole fughe degli anni passati mi hanno riempita, ma soprattutto illusa. Ho scoperto che fuggire ricarica le mie difese soltanto se, prima della partenza, sono già consapevole di quali siano i miei piccoli nemici. La fuga diventa invece inutile, se a tormentarmi sono i demoni dell’anima che non riesco ad individuare.
Ho colto così una piccola ombra in wanderlust, qualcosa che non riesco a capire fino in fondo, una domanda che nella mia testa risuona sempre più insistentemente: «Dove fuggi, quando ciò da cui fuggi sei te stesso?»
Eccomi: per la prima volta, temo di non poter affrontare un minimo della vita con un viaggio. Ho sempre tenuto le redini della mia esistenza saldamente tra le dita, senza cedimenti o debolezze, per questo adesso ho paura: in me è nato lo sconforto, ho perso la lucidità. Eppure al contempo, ho trovato un nuovo coraggio: quello del cambiamento.
Non posso comportarmi come di consueto, non posso volare via: devo provare a navigare, fare rotta verso gli angoli più reconditi del mare che alberga dentro di me.
Quell’azzurro che ho sempre finto di non conoscere, dicendo a chiunque «A me non piace il mare».
In fondo lo so: se ciò che cerco non sono riuscita a trovarlo in quanto vissuto fino ad ora, non mi resta altra scelta se non intraprendere una rotta che non ho mai intrapreso prima.

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Imparare a volare

5. Il roseto

introduzione

Non voglio spendere troppe parole per introdurre questo quinto capitolo, darò solo qualche informazione: il racconto, scritto nel 2017, è inspirato ad una storia vera, molto più vecchia di me. Secondariamente è l’ultimo racconto della raccolta che tratta il tema di una relazione amorosa, ed anche l’ultimo racconto in cui i colori caldi e luminosi regnano sovrani.

Due doverosi ringraziamenti: a Francesca Cappucci, giovane professoressa ed accanita lettrice, per aver revisionato lo scritto. A makielisewin, per aver scattato e poi condiviso con me la foto che fa da copertina a questo racconto!

Racconto

Nella campagna Toscana, nel paese dove molti anni or sono fu costruita casa Riglietti, la primavera è solita iniziare sotto l’abbraccio di un tiepido sole, pronto per cullare la rinascita della natura. Ogni anno le farfalle e le api ronzano tra i peschi rosa ed i susini bianchi disseminati tutto intorno al roseto, soffermandosi di tanto in tanto a baciare un fiore. Non lontano, giusto qualche metro più in alto, svolazzano gli uccellini che ignorando il muro di cinta, planano sul salice piangente che cresce rigoglioso al centro del roseto.
Il cancello principale della proprietà appare come la cornice di un quadro perfetto: un osservatore esterno ficcando il naso oltre le sbarre, si troverebbe di fronte ad un ordinato vialetto ghiaiato adornato da statue bianche; non meno di 25 metri più avanti questo si biforca conducendo sulla sinistra alla grande ma delicata abitazione, e sulla destra, al giardino di rose perfettamente curato.
Il roseto è una vera attrazione per i compaesani, che da sempre lo ammirano per i suoi scintillanti colori: impeccabilmente rosso e verde. Nessuna rosa, infatti, ha mai avuto il permesso di crescere se di un colore diverso: così fu deciso parecchi anni fa dal Signor Riglietti, che in accordo con i giardinieri fece piantare solo rose rosse, come regalo segreto alla moglie, che le amava.
Molti anni sono sfumati da quei giorni, e Leonor Riglietti è rimasta l’unica maniacale curatrice di quei fiori. Con l’età della pensione e molto più tempo libero a disposizione, dedica tutta sé stessa a quelle rose, come se tali premure fossero rivolte anche a chi, molti anni prima, le aveva fatto dono di esse e che la vecchiaia le aveva portato via.

*

La mattina del sedici aprile gli uccellini cominciarono a cantare senza sosta sin dalle prime luci dell’alba. Si apprestavano ad accogliere il nuovo giorno svolazzando tra un ramo ed un altro, accompagnando aprile con i loro spettacoli musicali ed i volteggi coraggiosi, eseguivano impeccabilmente il compito di allietare il dì senza curarsi di tutto il resto, finendo così per svegliare Leonor Riglietti ancor prima del solito. 
Dopo aver aperto la finestra del secondo piano e spalancato le persiane, Leonor si soffermò ad osservare gli instancabili cantanti piumati e l’aria pungente del mattino le rinfrescò il viso svegliandola definitivamente.
La vita di Leonor era stata piena, lei stessa avrebbe potuto definirla una vita molto felice. Donna gentile e di innata bontà, da sempre trovava il perché nelle piccole cose e il senso della vita nell’intimità di una famiglia unita, e  nella spontanea generosità con cui donava sé stessa al prossimo.
Consumata la colazione, si avvolse nel morbido scialle di lana e, forbici da giardinaggio alla mano, si avviò verso le rose con l’obiettivo di riuscire a concludere la pota prima di sera. Mentre lavorava con pazienza e dedizione, la sua mente scelse un ricordo da farle rivivere, complice la data: era un lunedì sedici, così come quel terribile giorno di agosto di tanti anni prima era il numero sedici.

Erano gli anni ’50: all’epoca viveva con i genitori, tre fratelli e la sorella maggiore. In quegli anni le famiglie medie non conoscevano lo sfarzo, o anche la semplice condizione di benessere tipica del primo ventennio del duemila; tuttavia la famiglia di Leonor era serena e piena di aspettativa, visto ogni piccola novità portata da una nazione in forte ripresa dopo la guerra.
Tecnologia all’avanguardia, internet e videogiochi non vivevano neanche nelle fantasie dei bambini. Ma a cosa servivano? A quei tempi bastava un cioccolatino per essere felici!

«Mamma! mammaaa» il flusso di pensieri di Leonor fu interrotto da una familiare voce femminile in lontananza: era sua figlia.
«Sono nel roseto» rispose alzando il volume della voce.
Non più di un paio di minuti dopo, una bella donna sulla quarantina che le somigliava molto le diede il buongiorno con un abbraccio.
«Intorno alle rose già di prima mattina?» le chiese.
«Oh sì, mi sono alzata molto presto. In questa stagione hanno bisogno di cure meticolose, sai?»
«Ancora non capisco perché non lasci che il giardiniere ti aiuti, almeno una volta a settimana!» 
«Non sono mica così vecchia. Lui ha tutti gli alberi da frutto da curare, con le rose posso cavarmela da sola» e, detto questo, tornò a portare l’attenzione sui rametti secchi.
«Questo giardino è enorme, mamma – disse la figlia con tono di resa, ben consapevole che non sarebbe servito a niente insistere – hai un altro paio di forbici da pota? Vorrei aiutarti. Almeno io posso?»
Leonor sorrise, e come se si fosse aspettata quella domanda, estrasse dalla tasca del suo ampio grembiule l’utensile.  
Madre e figlia trascorsero qualche minuto parlando dell’andamento scolastico dei nipoti e del pranzo di Pasqua imminente, ma in poco tempo la mente di Leonor tornò al ricordo di quel sedici agosto. Non potendolo più tacere si rivolse alla figlia, chiedendole se per caso avesse mai udito il racconto di quel giorno.
Ambra si soffermò a pensare per qualche istante, poi delusa disse: «No, non che io ricordi, mamma».
«Vieni – disse mettendo in tasca le forbici – prendiamoci una pausa» e si incamminò verso la panchina ombreggiata dal salice piangente. Una volta comoda, con lo sguardo verso l’orizzonte, Leonor iniziò a raccontare.
«Era proprio una bella giornata di sole, come questa. All’epoca frequentavo un ragazzo da qualche tempo. Bada bene: non frequentavo – sottolineò la parola – come fanno quei giovani di ora senza ritegno – scosse una mano e strizzò gli occhi come a scacciare il pensiero – andammo al cinema qualche volta, rigorosamente accompagnati da mia sorella, tua zia.
Lui si spostava molto in bicicletta, e innumerevoli volte si fermò davanti alla mia abitazione per parlare con i miei fratelli. Era una scusa bella e buona: sono sempre stata consapevole che aspettava semplicemente che io tornassi da lavoro.
Era proprio un bel giovanotto, sai? Biondo come un angelo e con gli occhi azzurri, quasi grigi. Ricordo molto bene anche il suo giovane sorriso: era ammaliante.
La nostra frequentazione – scandì ancora la parola – non fu una cosa semplice: lui era claudicante e a quei tempi un piccolo paesino come il mio non brillava certo di mentalità aperta.
La sua condizione fu causata da un incidente domestico accaduto quando aveva solo pochi mesi: le ossa della sua gamba si rovinarono completamente. I suoi genitori raggiunsero l’ospedale con troppe ore di ritardo, ed i medici non riuscirono a curarlo. Ci pensi? Al giorno d’oggi probabilmente avrebbero risolto tutto senza complicazioni, grazie agli innumerevoli mezzi di trasporto e alla vicinanza delle strutture ospedaliere».
Si soffermò un attimo sospirando. La figlia la osservò senza azzardare commenti, fino a che non riprese a raccontare.
«Le persone non si curavano di celare commenti di sdegno. Più volte ho udito bisbigliare cattiverie alle mie e alle sue spalle. Dicevano che se ci fossimo sposati i nostri figli sarebbero stati storpi, come lui. Non capirò mai come si possa essere così crudeli. Se avessi potuto scegliere, non avrei voluto udire quelle parole, e soprattutto non avrei voluto che lui sentisse.
La mia istruzione era misera e figuriamoci se conoscevo la medicina, ma nel profondo sapevo che lui era perfettamente normale. Quelli non erano altro che pregiudizi inaccettabili, ma a quanto pare giudicare una persona solo dal suo aspetto esteriore era un’abitudine radicata».
«Ma io quell’uomo l’ho conosciuto?» la interruppe Ambra con un velo di consapevolezza.
«Fammi finire prima di commentare. Dunque, stavo dicendo… ah, sì il  sedici agosto, io e questo giovane uomo avevamo un altro appuntamento al cinema. Fu Una giornata davvero piacevole, almeno fino a quando lui non mi fece un regalo. Negli occhi ho ancora quelle immagini, come se fosse accaduto ieri: dalla tasca estrasse una scatolina marrone e al suo interno c’era un anello. Non portava incastonata una pietra preziosa, ma era bellissimo. In quegli anni non erano possibili tali spese, bisognava pensare a far mangiare la famiglia prima di comprare anelli! Ero ancora ammutolita dal gesto, quando aggiunse che voleva portarmi a conoscere i suoi genitori – Leonor scosse la testa – ricordo ancora che il panico mi strinse il petto.
In pochi minuti lo congedai con una scusa, e con tua zia al mio fianco corsi verso casa. Mentre lei cercava di capire cosa mi fosse successo, dalla mia bocca usciva un fiume sconnesso di parole, condite da ansie e paure, ovviamente nessuna di queste era minimamente legata alla sua condizione di salute, no: ero terribilmente giovane e insicura, figlia mia. Fragile, terrorizzata dal dovermi legare davanti alla legge e davanti a Dio; accettare il regalo e la sua proposta per me era pari ad una promessa matrimoniale: come potevo sapere se lui era l’uomo che volevo per sempre al mio fianco? Così, poche ore dopo il cinema, in seguito a fiumi di lacrime versate, percorsi a piedi i pochi chilometri fino a casa sua e lo lasciai».
Leonor si interruppe per qualche secondo, così sua figlia, con sguardo confuso e divertito, ne approfittò per intervenire:
«Beh se per te è stato tremendo, figuriamoci per lui!»
Leonor scosse la testa sorridendo «Poche volte nella vita sono stata male come quel giorno ed i giorni successivi. Ero consumata dall’angoscia, dal senso di inadeguatezza. Gli volevo un bene che veniva dal profondo della mia anima, ma avevo così tanta paura delle scelte per il futuro. Ormai ero una giovane donna, ma mi sentivo poco più che una ragazzina in preda al panico di affrontare i vent’anni. Ogni mattina mi alzavo dal letto con il terrore di cosa sarebbe successo da lì all’ora in cui mi sarei coricata nuovamente, come se il solo essere sveglia potesse sopraffarmi. La mia testa era un turbinio di pensieri ed emozioni: quante giornate passai a piangere con tua zia, che in parte mi consolava e in parte mi sgridava.
Con il passare dei giorni mi resi conto che era la vita in sé a spaventarmi, non l’avere un uomo accanto. Realizzai che era per quello che lo avevo lasciato: non volevo condizionare con i miei timori un’altra vita. Non ero così egoista».
Leonor si interruppe e con un passo piuttosto svelto per la sua età, si diresse verso i fiori. Con un gesto rapido tagliò a metà ramo la rosa più bella di tutte.
«Perché?» le chiese Ambra, che l’aveva raggiunta. Invece che risponderle Leonor le chiese se avesse voglia di accompagnarla al cimitero.
Madre e figlia raggiunsero la macchina, e pochi minuti dopo varcarono il cancello cigolante del camposanto di paese. La primavera era esplosa anche tra i marmi bianchi e neri, che erano stati adornati da fiori di tutti i colori. 
Le due donne si fermarono di fronte ad una tomba di marmo chiaro, sopra la quale una foto ritraeva un uomo dal sorriso smagliante e due profondi occhi azzurri, quasi grigi.
A quel punto Leonor riprese il racconto da dove lo aveva interrotto: «Dall’orrendo sedici agosto per un po’ di tempo non ci incrociammo. Sai, senza tecnologia era facile evitarsi. Fino ad un giorno, in cui passò davanti casa mia con la sua bicicletta. Stavo per scappare in casa, ma mi vide, e non volendo essere scortese mi fermai a salutarlo: parlammo per ore. Da quel giorno le sue “casuali” gite di fronte a casa mia divennero sempre più frequenti. Spesso lo scorgevo ridere insieme ai i miei fratelli che lo avevano molto a cuore, praticamente erano amici. Alla fine mi arresi: smisi di evitarlo, e conobbi sua madre, poi tutta la sua famiglia.
Tre mesi dopo eravamo sposati. Ero insicura certo, ma lasciai andare le paure più grandi, decisa di imparare a conviverci».
«Scelta avventata» commentò Ambra.
«Forse, ma da quel giorno non ci siamo mai lasciati».
Leonor si voltò verso la figlia porgendole la rosa che teneva ancora stretta in mano. Ambra si chinò e la adagiò a fianco della foto che ritraeva l’uomo dagli occhi azzurri. 
«In questa foto il suo viso è segnato dal tempo, ma è bello come quando aveva vent’anni. Il corpo è debole, il tempo non è misericordioso: la malattia lo ha spento troppo presto».
Ambra si alzò in piedi, e mettendo una mano sul petto di sua madre le disse: «Papà non ci ha lasciato davvero, vive qui. Vive nelle rose del nostro giardino, vive nel ricordo. Sarà eterno fintantoché ci sarà qualcuno a ricordare l’amore che ci ha lasciato quando era in vita».
Leonor le sorrise e spostò lo sguardo verso il cielo, mentre con le dita accarezzava quell’anello che da più di cinquant’anni le abbracciava il dito.  

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Riccioli, fiocchi rosa e innocenza

Finalmente sono riuscita a mettere un punto al primo capitolo della nuova sfida che mi sono lanciata: raccontare le vostre storie. Su instagram, (@alicendemon) non molto tempo fa, ho chiesto se qualcuno voleva raccontare tramite i miei scritti episodi emotivamente forti e significativi. Ognuna delle risposte che ho ricevuto rappresenta una piccola sfida per me, ma anche per chi ha deciso di aprirsi.
Non voglio anticipare niente del racconto “Riccioli, fiocchi rosa ed innocenza“, tranne una singola cosa doverosa: ciò che leggerete sotto è tratto da una storia vera, alcune parole potrebbero urtare la sensibilità di chi non è emotivamente stabile e consapevole. Invito chiunque altro alla lettura e alla condivisione. Di certi argomenti non si parla mai a sufficienza. 


Camminava spedita per le vie di Londra. La sua destinazione era uno dei tanti meravigliosi parchi che costellavano la città, dove aveva appuntamento con una sua cara amica. Noemi – questo era il suo nome –era tanto abituata al caos di quella metropoli colorata e poliedrica che fare lo slalom tra i passanti le veniva spontaneo quasi quanto respirare.
Anche se la giornata era iniziata con grigiore, da poco aveva smesso di piovere ed un timido solicello era spuntato all’orizzonte, dietro il Big Ban.
Con la coda dell’occhio scorse qualcosa che attirò la sua attenzione, tanto da farla fermare per osservare.
Dall’altro lato della strada, sopra la porta di un pub, dei fiorellini viola e rosa facevano capolino da un vaso appeso. Una bambina, attratta dai colori, si era fermata tirando la mano della persona che era con lei: un uomo ben oltre la mezza età.
Noemi, anche adesso che era diventata una donna, ogni tanto rimaneva catturata da immagini che richiamavano ricordi. Stralci di un passato che talvolta non sembrava appartenerle, ma che portava inciso sulla pelle, sotto quel tatuaggio sottile. Insieme ad esso, era viva la consapevolezza che anche se la sua coscienza poteva dormire a comando, certi avvenimenti sarebbero stati per sempre indelebili.
Bastava poco: una conversazione udita di sfuggita, la pagina di un libro, la scena di un film… o una bambina ricciolina di fronte a lei, per mano ad un uomo che, si augurava, fosse suo nonno.
La piccola non poteva avere più di dieci anni, era girata quasi di spalle e anche se il suo profilo era semi-nascosto dietro i capelli, Noemi poteva scorgerne la bellezza.
Avete presente i ricciolini piccoli piccoli, precisi e ordinati sulla testa di una bambina? Una vera rarità, in un mondo costituito perlopiù da piccole lisce od ondulate. La ricciolina aveva anche due fiocchetti rosa in testa ad incorniciare quella sua rara e preziosa caratteristica.
Anche Noemi, che osservava dall’altro lato della strada, era stata una bambina così.
Gli stessi capelli riccioli ed ordinati, anche ora che era cresciuta, le scappavano da sotto il cappello.
 “Ogni riccio un capriccio”.
Se lo aveste detto alla lei adolescente, in mezzo alle sue ribellioni, vi avrebbe risposto che si, conosceva i suoi capricci. Freddamente consapevole di tutti i suoi errori, che commetteva con un piacere quasi autolesionista. 
Era stata una bambina capricciosa, qualcosa dentro di lei non si risparmiava mai di ricordarglielo, ma era anche stata una bambina come tante: desiderosa di amore, di condivisione, di comprensione emotiva. Desiderosa di una o più guide tra gli adulti, per affrontare gli anni che nel susseguirsi aprivano sempre più porte a meccanismi a lei sconosciuti.
Per una volta ancora, quella che ora era una giovane donna, camminando per le strade di Londra in una fredda primavera, con la mente era volata verso ricordi che per anni le avevano destato paura e vergogna.
Quante volte aveva sbagliato nella vita? Forse era nata sbagliata?
Quando aveva 9 anni se lo era chiesto spesso, chi sa se con ingenuità o disperazione.
Era passato al massimo qualche secondo da che aveva ripreso la strada per raggiungere Hyde Park, quando una voce la riscosse dai suoi pensieri.
«Beccata! – a pochi centimetri dal suo volto era comparso l’ampio sorriso di Alice – guarda che assurda casualità! Sono risalita su dalla fermata della metropolitana proprio nel momento in cui stavi passando qui davanti».
Il sorriso della ragazza, però, si spense un poco.
«Tutto a posto Noemi?».
Lei si riscosse in un istante «Si, certo. Mi hai solo colta alla sprovvista, ero immersa nei miei pensieri. Proseguiamo insieme?».
Così si incamminarono verso il parco. Trovarono una panchina libera riscaldata dal sole dove sedettero a sorseggiare con calma due caffè americani.
«Alice, ricordi quella storia di cui ti parlai qualche anno fa? Quando avevo nove anni…».
«Come potrei dimenticare?» le rispose subito.

Era accaduto tanti anni prima. All’epoca, dopo la scuola, Noemi frequentava una palestra dove faceva ginnastica artistica con tante altre bambine come lei. Le piaceva quella palestra, la teneva a distanza da situazioni che nella sua casetta le stavano strette.
Noemi era stata una bambina bellissima. Sembrava molto più grande della sua età, tanto che spesso veniva proprio trattata come se avesse qualche anno in più: inorgoglita dall’essere considerata matura, non poteva capirne i lati negativi.
Nella palestra che frequentava c’erano tante persone gentili, come le insegnanti ed il custode.
Lui, in particolare, era il più affabile di tutti: le sorrideva sempre, ogni tanto si avvicinava e le faceva dei dolci complimenti sussurrando al suo orecchio. A lui piacevano tanto i suoi ricciolini.
Noemi, adesso che era diventata una donna, non ricordava cosa succedeva nella sua mente infantile ed ingenua quando lui le offriva quei gesti.
Avete presente la sensazione che lasciano i sogni vividi?
Quelli talmente reali che al risveglio lasciano il bisogno di alcuni secondi di lucidità prima di poter capire dove si è?
Lei, un giorno, si svegliò da un sogno di quel tipo, ma con i lati ribaltati: fu costretta a risvegliarsi dalla realtà nella realtà.
Quelle mani, le mani di quella persona gentile, correvano veloci in posti che non avrebbe osato dire.
«Va tutto bene, non è nulla – era una voce sincera, dolce – no, no… non ti agitare, non essere capricciosa, altrimenti diventa più difficile».
Era la voce dolce che aveva imparato a conoscere, forse anche con un po’ di affetto.
La prese per la nuca con forza prima che la sua lingua si facesse spazio nella sua bocca.   
Trascorse un tempo impossibile da misurare, dilatato oltre le percezioni dell’essere umano poi all’improvviso si svegliò dalla realtà nella realtà e per ritrovarsi a raccontare quel sogno, che un sogno non era.
Si scorse ad essere, per la prima volta, una priorità in quella caotica casa dove di crucci già troppi ve ne erano: d’un tratto era diventata il problema centrale.
Tutti gli avvenimenti si susseguirono con una rapidità surreale: le reazioni della famiglia, le reazioni legali, le sue emozioni. Sensazioni attribuibili ad un sogno, ma con lo schiaffo della realtà che la allontanava da sé stessa, dal suo corpo, che suo più non era.

«Suo. Suo di chi? »

«Io? Chi sono io? Io sono una bugiarda».

«Me lo sono cercato perché sono provocante».

«No. Sono solo una bambina fantasiosa e capricciosa. Non è successo proprio niente».

«E’ tutto finto. Ma cosa è finito, il senso di questa esistenza che mi è stata imposta, che non ho scelto? Il senso di questa vita da cui ho dovuto farmi scudo con le mie braccia?»

«Dovrà pur esserci – disse Alice ricordando l’episodio –  un motivo se nel mondo dei grandi si entra a piccoli passi. Babbo Natale è reale fino a che un bambino non è pronto a capire autonomamente la fantasiosa invenzione. Nessuno ci costringe a smettere di crederci fino a che non capiamo da soli la dolce bugia. Questa lieve forma di rispetto per te è venuta meno in quell’occasione.
Funziona così questa società sbagliata: il rispetto per l’età esiste fino a che va tutto bene, ma quando un evento sconvolge una vita la priorità perde ogni dignità e si pretende da una fanciullina la maturità di un uomo.
Chi sa perché nessuno vede questa mancanza di rispetto.
Hanno fatto piovere su di te bambina domande violente come i temporali invernali, pretendendo risposte il più simile possibili a ciò che è facile e non a ciò che è giusto».
«Chi sa come mai è così difficile smascherare un lupo vestito da agnello» rispose Noemi con una punta di fastidio nella voce.
«Forse perché il lupo è furbo, è ingegnoso, ed è terribilmente esperto. Sa quello che fa. Quell’uomo non ha dovuto rispondere agli interrogatori crescendo in un solo giorno. Lui non era intimorito dalla polizia, dalla psicologa o dal giudice. Lui adulto lo era già.
Una domanda mi sorge spontanea: chi sa se quella con te era la prima volta, se già aveva abusato di altre bambine, o se… o se lo avrà fatto di nuovo» rabbrividì.
«Nell’armadio non deve possedere molti vestiti, saranno più che altro scheletri. E costumi da agnello. Da dietro a quelle maschere riderà nel pensare a mia madre in lacrime il giorno che entrando nella mia stanza mi disse “Abbiamo perso, hanno dato ragione a lui”.
Non oso neanche provare ad illudermi che non lo abbia fatto di nuovo. Io non sono un caso raro, queste cose succedono con una spaventosa frequenza, alimentate dal fatto che spesso sono taciute da parte di chi le ha subite. Per vergogna, per paura, o perché, come è successo a me, non si viene creduti. Bambini e bambine diventano adulti e poi anziani, in molti arriveranno al loro ultimo respiro senza riuscire mai a tirare tutto questo fuori dalla loro testa».
Alice la osservò con intensità, come a chiedersi se quello che stava per dire fosse un passo troppo lungo o meno.
«Tu però adesso ne parli Noemi, lo condividi, e credo che condividerlo sia uno strumento potente per la consapevolezza: sia per chi cerca di eclissare la realtà che ha vissuto, ma anche per chi non ha mai sentito parlare di questi episodi. Ne parli con una sorta di naturalezza che, ti dico con il cuore, ti rende onore. Ti avvolge di dignità e di coraggio. Hai imparato a conviverci».
«Conviverci no, se conviverci vuol dire dimenticare – disse con enorme consapevolezza – ci ho fatto pace. È accaduto, non ho potere su ciò che successe quel giorno: ha fatto di me quella che sono adesso, mi ha forgiata, non posso dimenticarlo. Guarderò sempre il mondo intorno a me con un occhio diverso, osservando i pericoli che, chi ha avuto la fortuna di non vivere questa esperienza, probabilmente non noterà mai. Non voglio fingere, oppure dimenticare l’esistenza di persone come quest’uomo; la memoria, come hai suggerito anche te, deve diventare uno strumento di condivisione».
«Anche per aiutare chi, a differenza tua, non è riuscito ad esorcizzare ciò che gli è successo» concluse Alice. 
Cadde un silenzio sereno, privo di disagio. 
Il sole aveva iniziato a battere insistentemente sul laghetto che Noemi ed Alice avevano di fronte, ormai il grande Hyde Park era asciutto e gremito di passanti.
Alice si guardò intorno rimuginando su quanto si erano appena dette: quel giorno c’erano tante persone nel parco: chi di loro guardava il mondo con gli stessi occhi di Noemi?
Chi sa se tra quelle donne, uomini e bambini c’era qualcuno che si era arreso a condurre una vita fatta di realtà nascoste, o se qualcuno di loro era come il custode nella palestra che Noemi frequentava da bambina.
Le amiche si alzarono a passeggiare sotto i raggi del sole e nessuna delle due, almeno per quel pomeriggio, menzionò più l’argomento. Ma lasciandosi il laghetto alla spalle, entrambe si chiesero perché anche nell’epoca moderna fosse così semplice, seppur non giusto, lasciar cadere – legalmente – i diritti di un bambino.

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Imparare a volare

4. Hic et Nunc

Introduzione

Hic et Nunc è nato nel 2016 dopo almeno un paio di mesi di lavoro. Scrivevo al tavolo di sala, nella casa a Pisa che condividevo con tre coinquiline al tempo dell’università.
Non sono mai stata molto brava a vivere l’attimo. Da adolescente ero letteralmente ossessionata da questo concetto. Mi dissi che se avessi scritto di un certo tipo di atteggiamento sarei forse riuscita ad assumerlo anche nella vita di tutti i giorni: volli quindi sforzarmi di raccontare con un certo modo di pensare. Direi di essere davvero migliorata negli anni. 

Ci tengo a dire che questa volta, per quanto riguarda l’immagine di accompagnamento al testo, ci siamo proprio superati grazie alla bravura e alla gentilezza del fotografo William Perugini, vi lascio di seguito i suoi profili social.
Facebook: William Perugini Potographer
Instagram:@williamperugini


Racconto

Stava sfogliando, rigirandoselo tra le mani, un piccolo quaderno vecchio e sgualcito. La prima pagina indossava un appunto scolorito, che recitava:

“Il cielo è azzurro come non lo si vede da tempo ed il sole è caldo. Oggi è una di quelle giornate che mi ricorda come l’inverno non possa durare per sempre, anche se nel momento in cui l’abbraccio dal freddo si chiude su di te, dimentichi di quanto possa essere bella la primavera.
Giornate come questa sono fatte per asciugare le pozzanghere piene di fango, per lasciar fiorire i peschi; sono la speranza dei fiori, la garanzia che un nuovo giorno può portare qualcosa di nuovo e fresco anche se, solo a pochi metri di distanza, decine di alberi hanno ancora i rami secchi.
E negli occhi delle persone si legge la stessa speranza dei fiori. Occhi grandi o piccoli, luminosi o spenti: ognuno porta una luce diversa in sé, una luce che parla meglio di qualsiasi bocca.
L’inverno non può durare per sempre, anche quando marzo si nasconderà dietro le nuvole, sono sicura che ci saranno altre giornate come questa.
Anche se l’inverno appena trascorso è stato molto più lungo di qualche mese, e ricoperto da una fredda lastra di ghiaccio, adesso so che non potevo arrendermi al gelo.
Ho sempre combattuto contro la vita, adesso è il momento di iniziare a combattere per la vita. Per i giorni di primavera. Per eliminare la lastra di ghiaccio”.

C’era una ragazza. Se ne stava seduta ad osservare le persone che passeggiavano lungo il Tamigi illuminato, raggomitolata su una panchina come un gatto soriano troppo stanco per inseguire le lucertole.
Tra le mani teneva un bicchiere di carta. Lo portava quasi fosse un mazzo di fiori che però, al posto dei petali, aveva del caffè americano fumante. Pochi minuti prima la tasca interna di quella borsa che da così tanti anni non usava le aveva riservato una sorpresa: il quaderno che un tempo accoglieva le sue confidenze e le sue riflessioni.
Aveva sorriso nel leggere quanto riportato in quella pagina, ricordando benissimo il giorno in cui aveva reso le sue riflessioni indelebili: era una primavera di alcuni anni prima, un periodo della sua vita in cui aveva iniziato a chiedersi cosa volesse dire crescere e affrontare la vita. Giorni in cui il suo cuore aveva subito delle perdite grandi, accompagnate da piccole ferite, anche se al tempo sembravano tanto impossibili da sanare.
Quelli erano i giorni in cui per la prima volta aveva deciso che avrebbe imparato ad aprire il suo cuore, a dimostrare l’affetto e a smettere di nascondersi dietro ai muri che aveva così faticosamente costruito.

Con quei ricordi le sue labbra si incurvarono ancora di più ed il sorriso raggiunse gli occhi.
Alzò lo sguardo dal quaderno per osservare intorno a lei. La strada era affollata come non mai, la palla infuocata lassù nel cielo aveva richiamato tutti: uomini, donne, bambini, ragazzi. Un turbinio di colori e di etnie. Sembrava di assistere ad una sfilata organizzata da un folle tanto erano variopinte le anime che passeggiavano lungo il Tamigi.
La vera attrazione per lei non erano tanto i vestiti od i capelli colorati dei rockettari, ma gli sguardi. Ogni singolo che muoveva i suoi passi davanti alla ragazza, aveva nelle iridi uno scintillio diverso, unico nel suo genere. Si ritrovò rapita dal notare che non tutti i bambini avevano occhi felici, non tutte le coppie si scambiavano gli stessi raggi di affetto, e che qualche solitario, come lei sorrideva perso ad osservare il sole.

Fu forse quel ricordo ritrovato sul quaderno, oppure il chiedersi quante storie potessero raccontare le persone che le camminavano davanti, o magari l’atmosfera nella sua interezza: iniziò a riflettere su dove si trovava, ma non fisicamente. «Guarda, Alice – si disse – guarda quanti passi hai già mosso nella vita adulta, quanto sei stata brava nel fare tesoro di tutte le tue esperienze».
Sfide da affrontare, traguardi da raggiungere, segni indelebili dentro di lei lasciati da episodi vissuti.
Tante battaglie era fiera di poter dire di averle vinte da sola, mentre per tante altre era stata indispensabile la presenza di persone accanto.
Ricordava il nero della rabbia, il bianco della disperazione, l’indefinito colore del dispiacere.
Ricordava l’arcobaleno di quando aveva offerto il suo cuore per la prima volta, ma ricordava anche la cecità scaturita quando quello, invece di essere accudito, le era stato strappato di mano con forza, usato come uno stupido gioco e poi calpestato.
Ricordava di come questo si fosse irrigidito, indurito come un sasso per poi sgretolarsi come creta troppo secca.
Ricordava di aver letto, chi sa dove e chi sa quando, di come le emozioni combattono nella testa delle persone per decretare cosa sia giusto e dignitoso, cosa sbagliato.
Nel vorticoso miscuglio di immagini che si susseguirono nella sua testa, nessuna di esse le richiamò emozioni sufficientemente forti da accendere la sua attenzione, tranne una leggera consapevolezza. Ad essa era legato anche quel sorriso che si era acceso sul suo volto: nessuna delle persone che l’avevano ferita era mai stata la sua prima scelta, e ciò adesso, aveva dannatamente senso.
Quali fossero state le gioie e i dolori, le piccole e grandi esperienze vissute fino a quel momento, era stata condotta a raccogliere i pezzi del suo cuore, che rovinati o meno, adesso sentiva essere al loro posto. Il prima aveva ormai tutta un’altra importanza. Le sensazioni di malinconia e le domande su come avrebbe dovuto comportarsi per tagliare fuori il rischio di soffrire di nuovo non l’attanagliavano più. Non si chiedeva cosa le riservasse il domani.
Era troppo presa dal vivere l’oggi.

Il qui.

L’adesso.

La strada che aveva percorso le aveva regalato la compagnia di due occhi che conosceva da molto tempo, ma che aveva sempre osservato da lontano cercando di accudirli con premura, senza impulso, affascinata dalla loro bellezza. Gli occhi di quella persona che in quel momento le camminava a fianco, tenendola per mano.