Categorie
Collaborazione FdZ

L’Asciuga Pensieri

Sono lieta di presentarvi un’altra collaborazione con @finestredizucchero! Il racconto di oggi è nato, come il precedente, sulla base di due elementi da rendere centrali nella storia: un asciugamano ed una partita di basket.

Devo ammettere che avendo delle conoscenze pressoché inesistenti su questo sport ho temuto di dovermi arrendere. Invece alla fine sono riuscita ad escogitare una storia che avesse un filo logico! A voi il link per raggiungere il racconto ⇓⇓⇓⇓

L’ Asciuga Pensieri

Buona lettura! Condividete, commentate, fate critiche costruttive, io vi aspetto 🙂

Categorie
Imparare a volare

2. Il vento

Introduzione

Il vento è il secondo racconto della raccolta “Imparare a Volare”. È stato scritto in tanti momenti diversi, una creazione in divenire, la prima sperimentazione nel 2015 in cui ho cercato di dare vita ad una storia in cui i concetti facessero da contorno. Il vento è stato scritto con l’ambientazione e i colori negli occhi: stavo di fronte al pc immaginando le colline Lucchesi, il sole arancione, il vino, ed un grande casolare rosso mattone. 
Alcuni scambi di parole in questo racconto sono stati ispirati da conversazioni che al tempo erano attuali, che mi rimbombavano in testa, e  che oggi, chi sa perché, non ricordo neanche più.


Quando le porte del treno si aprirono, il sole si stava preparando a coricarsi dietro le colline. I colori che la abbagliarono erano così vividi che le parve di essere inciampata dentro ad un quadro: i girasoli e le piante verdi si abbracciavano salutando l’azzurro che da li a qualche ora avrebbe lasciato lo spazio all’oscurità.  Su quella tavolozza due nuvolette bianche si rincorrevano spinte dallo stesso vento che scompigliava i capelli biondi della ragazza solitaria.
Era una calda sera di settembre, l’epilogo di una delle tipiche giornate estive che non vogliono arrendersi all’avvento dell’autunno.

Appena scesa dal treno, la giovane si era ritrovata in un paesino sperduto. Non aveva la più pallida idea di che luogo fosse: durante il viaggio si era addormentata per qualche ora, non appena sveglia si rese conto che il tempo era trascorso senza il suo consenso, così si era precipitata alla porta del vagone scendendo frettolosamente alla prima stazione.
Nell’edificio della ferrovia intravide una sola biglietteria. Un cartone bianco e consumato portava sopra una scritta poco definita che recitava “chiuso”. Il sospetto che il cartello fosse lì da mesi le attraversò la mente, tanto quello era rovinato.
Fuori dalla stazione alcune arzille vecchiette sedevano ad un tavolino, protette dal sole all’ombra di una veranda. Le donne vedendo giungere quella giovane titubante e con aria un poco spaesata, in preda ad una smaniosa curiosità, avevano distolto la loro attenzione dalle carte e sorridendo le avevano augurato una buona serata.
L’apparizione di una ragazza di quell’età in paese era un vero e proprio evento, le carte potevano sicuramente aspettare; non appena la giovane si allontanò di qualche passo le vecchiette iniziarono a confabulare tra di loro.

<<Cecilia, hai mai visto quella biondina? Così giovane e in giro da sola con uno zaino! E hai visto i calzoni? Sono tagliati malamente… le scoprono le cosce! Le ragazze oggigiorno non hanno più il senso del decoro. Una bella gonna dico io, sarebbe molto meglio>> aveva tentato di bisbigliare – con poco successo – una di loro.
<<Mai prima di oggi>> rispose una di quelle.
<<I primi alloggi? Ma che dici?>> la ragazza, che intanto stava camminando con passo ciondolante nella direzione opposta, udendole nascose una risata con un colpo di tosse: evidentemente una delle signore doveva essere un po’ sorda.
<<Ha detto mai prima di oggi>> preciso una terza voce tra le anziane.
<<Come?>>
<<Mai prima di oggi>> dissero in coro tre di loro.
<<Oh misericordia Alberta, che giornate difficili quelle in cui dimentichi l’apparecchio acustico>> asserì la signora di nome Cecilia sbuffando e rimescolando le carte.
Per la giovane sarebbe stato molto divertente rimanere nei paraggi ad ascoltare clandestinamente la conversazione, ma non poteva permetterselo. Doveva cercare un posto dove trovare qualcosa da mettere sotto i denti e soprattutto, un posto dove dormire.  

Dopo aver individuato un bar che risultò essere chiuso, si avviò verso quella che sembrava la strada per il casolare che faceva capolino sulla collina.
Passeggiava con tranquillità in un vitigno. Dopo aver rubato qualche chicco d’uva dai filari, si era persa nell’ammirare il fascino del tramonto, uno dei suoi momenti preferiti della giornata.
<<Non è molto educato rubare l’uva. Non è tua>>.
Lo sguardo della ragazza cadde sulle proprie mani che la incastravano con le schiaccianti prove del delitto: erano chiuse a coppa per sostenere una manciata di acini viola, impossibili da nascondere. Di fronte a lei c’era un ragazzo non molto alto con un ciuffo di riccioli neri e ribelli che gli cadevano morbidi sulla fronte. Aveva un’aria un po’ scanzonata.  <<Ehm… è tua?>> accennò con sguardo colpevole.
<<Così sembrerebbe>> commentò lui.
<<Mi spiace… davvero! Ero diretta al casolare, ma sono stata distratta dai colori del tramonto e ho preso l’uva con superficialità, senza pensare a quello che stavo facendo>> mentre formulava la frase, il ragazzo si avvicinò, prese tre chicchi e dopo esserseli cacciati in bocca, li schiacciò tra i denti ammiccando.
<<Tranquilla, basta non dirlo a mio padre>>.
Detto questo si avvicinò al filare e staccò un grappolo intero. <<Direi che anche questo non è mai successo. Vieni. Se ti piace il tramonto non vale proprio la pena stare qui, ti porto io nel posto giusto>> e senza aspettare che lei gli rispondesse, né tanto meno presentarsi, si avviò a passo spedito tra le piante.
Qualche minuto più tardi, i due sedevano sul prato ombreggiato da folti olivi, di fronte a loro si vedeva tutta la piccola valle e le montagne oltre cui il sole stava scomparendo.
<<Chi sei? Cosa fai da queste parti? Non si vedono spesso giovani sconosciuti>> commentò lui.
<<Viaggio. Mi sono addormentata in treno e appena sveglia sono scesa alla prima stazione. E in quanto a chi io sia, vorrei saperlo anche io. Tu chi sei?>> il ragazzo la guardò incuriosito, si strinse nelle spalle e disse semplicemente <<Il figlio di mio padre, il proprietario di questo podere>> poi, scrutandola come se fosse un delinquente in fuga, aggiunse <<Sei in vacanza e ti sei persa?  Sei scappata di casa e non vuoi lasciare tracce? O magari hai qualche problema con la legge?>>
<<No assolutamente, nessuna delle tre – rise – sono partita un po’ di tempo fa con tanta voglia di vedere cosa ci fosse fuori dalla mia realtà, mi sono sempre spostata, non ho una meta precisa>>.
<<Bello – disse lui con aria distratta – e perché viaggi in questo modo?>>
<<Voglio vedere un po’ di mondo. Soprattutto voglio vedere le persone>>.
<<Non avrai molto da vedere qui. Siamo in campagna! A parte qualche vecchio, i loro nipotini e la mia famiglia puoi giusto presentarti a qualche pecora. Faresti bene a cercare una meta migliore>>. La ragazza era visibilmente divertita dal modo di fare del riccioluto, per altro non era la prima volta che uno sconosciuto non capiva il suo bisogno.
<<Io non sono d’accordo, trovo questo posto molto interessante. C’è un bel silenzio tra queste colline, un atmosfera utile per ordinare pensieri confusionari. Hai mai provato la sensazione di essere sommerso da ondate di riflessioni aggrovigliate e sovrapposte, tanto da non capire quale di esse voglia prendere il sopravvento sul rumore di fondo?>>
Dallo sguardo del suo interlocutore ebbe l’impressione che lui pensasse di avere davanti una un po’ svitata.
<<Non credo di seguirti>>.  
<<Non sto vaneggiando senza senso, anzi sto cercando un po’ di chiarezza>>.
<<Prenderti una camomilla e dormirci sopra nel letto di casa tua ti sembrava troppo semplice? Non ti piace il main stream, eh?>>
Lei si alzò in piedi e prese a passeggiare tra gli olivi.
<<Penso che sia molto più interessante bearsi dello stimolo di luoghi mai visti, rispetto all’ordinario. Non è più facile o più difficile, è… diverso. La terra è vasta, ci pensi a quanto sono diverse le menti di tutte le persone che vi muovono i propri passi ogni giorno? Siamo illuminati tutti dallo stesso sole, e baciati tutti dalla stessa luna, ma le mie percezioni sono diverse dalle tue, così come è diversa la percezione delle signore che ho incontrato fuori dalla stazione. Gli esseri umani sono i più grandi mercanti che esistono per il fatto stesso di essere umani. Ognuno di loro porta con se una grande ricchezza>>.
Il ragazzo era interdetto e scosse la testa <<Se avessi un tesoro in tasca mi comprerei una casa in città e mi costruirei una vita lì>>.
<<Non hai modo, a priori, di sapere se sarebbe la scelta giusta>> lo apostrofò lei.
<<Lo sarebbe. In città non sarei più costretto a passare le giornate a prendermi cura di una stupida vigna della fattoria. Potrei diventare un uomo d’affari, diventerei ricco e potrei avere qualsiasi cosa di cui io abbia bisogno. Potrei avere anche tutte le donne che voglio>>.
<<Io a casa ho tutto quello di cui tu pensi di aver bisogno. Ho una bella famiglia, viviamo in una città grande. Mio fratello sta per laurearsi in medicina, io avevo un buon lavoro. Sicuro anche>>.
<<E vorresti dirmi che hai lasciato tutto questo per partire con un inutile zaino in giro per le campagne?>> era sconcertato.
<<Si. Non sempre tutto ciò che appare perfetto e desiderabile agli occhi di chi ne rimane esterno è sufficiente per dire “ho abbastanza”. Io voglio di più. Voglio potermi confrontare con il mondo, voglio crescere con ogni esperienza, essere smussata e contraddetta. Tornerò a casa un giorno non molto lontano, e ci tornerò con una grande ricchezza>>.
Il ragazzo notò che gli occhi di lei avevano assunto una nuova luce, gli ultimi raggi di sole le illuminavano le iridi verdi facendole brillare come smeraldi, e allora seppe che le parole della giovane non erano lasciate al vento, non erano grosse frasi presuntuose infiocchettate solo per apparire di bell’aspetto e suscitare ammirazione. C’era qualcosa di più in quello che lei voleva dire, ma non era sicuro di riuscire a coglierne fino in fondo il significato, così lasciò perdere almeno per il momento e le chiese da quanto tempo stesse viaggiando.
Era trascorsa qualche settimana dalla sua partenza.
<<Sono partita con un po’ di soldi e mi fermo dove trovo ospitalità o dove posso lavorare per qualche giorno in modo da riempire il portafoglio per il successivo viaggio in treno>> spiegò.
Continuarono a parlare fino a che il brusio dei pensieri della ragazza non vide emergere la necessità di quel momento: un letto e un pasto. Chiese al riccio se fosse disponibile ad offrirle ciò di cui aveva bisogno, e così ottenne di rimanere a dormire nel casolare per qualche notte. In cambio avrebbe aiutato la famiglia nei lavori della vigna.
Una nuova tappa del suo viaggio stava prendendo forma.
Mentre lo seguiva dentro l’abitazione, attendeva con trepidazione di vivere le nuove esperienze in campagna.

Intanto una parte di lei già pensava a dove l’avrebbe condotta il vento della settimana successiva.

Categorie
Imparare a volare

1. Vide la luna

Introduzione

La primissima bozza di “Vide la luna” si intitolava “Quando vide la luna”. Era un racconto molto più breve, privo di dialoghi e con una sintassi ancora più semplice. Fu il primo scritto che ho potuto definire racconto, e fu anche l’input che mi servì per scoprire che ciò che scrivevo avrebbe potuto suscitare interesse negli altri; questo perché mio padre dopo averlo letto, ignaro del fatto che lo avessi scritto io, mi disse “Bello! Chi è l’autore?”. Papà è un avido lettore di libri, e questo suo commento fu per me una grande e piacevole sorpresa. 
Era il 2015. Non sapevo che questo racconto sarebbe diventato il primo di una raccolta composta da tredici parti.


Racconto

Guidava lungo la strada silenziosa senza prestare troppa attenzione a dove stesse andando. Si fermò solo quando la strada finì e si ritrovò in un grosso prato circondato da alberi intervallati di tanto in tanto da vari sentieri che si inoltravano nel bosco.
L’eccitazione per l’inizio delle ferie le aveva fatto venire voglia di una bella corsa, per questo, invece di tornare a casa, si era lasciata guidare dal senso dell’orientamento e dall’istinto, ritrovandosi in un luogo non trafficato dove poter fare movimento. Si guardò intorno per accertarsi che non ci fossero occhi indiscreti, e rapidamente si sfilò la gonna per lasciare il posto alla tuta. Una volta messe le immancabili cuffiette per la musica nelle orecchie si diresse verso le piante, notando con piacere che la vegetazione, pur infittendosi, lasciava penetrare tra le foglie pochi raggi di sole, così il tramonto le fece da compagno durante quella breve corsa in comunione con la natura.
Quando tornò alla macchina era piuttosto stanca e affamata, ma anche appagata.
Dietro le montagne, dove si era appena nascosto il sole, rimaneva solo una luce rosata e qualche nuvoletta. La notte sarebbe giunta presto, ma lei non aveva ancora voglia di rincasare, così  allestì la cena alla meglio con un pacchetto di cracker.

Non si definiva una persona sportiva, ma le piaceva mantenersi attiva: solo così riusciva a sentirsi padrona del proprio corpo. La corsa le piaceva più di ogni altra disciplina perché in essa trovava i giusti stimoli per spolverare i pensieri e lasciare la mente più leggera – per quanto la propria natura seria e riflessiva le concedesse –. Si sdraiò sull’erbetta morbida e chiuse gli occhi attendendo la notte. Quando le palpebre le liberarono nuovamente la vista il cielo era diventato di un blu tanto intenso da sembrare nero, su quella tela di ebano spuntavano i primi timidi puntini luminosi. Mentre osservava le stelle le parve di sentire odore di sigaretta, un istante dopo tra i suoi occhi e il cielo fluttuarono morbide nuvolette di fumo disperdendosi nell’aria. Si mise seduta guardandosi intorno con circospezione, perdendosi così la prima stella cadente della notte. Qualcun altro, invece, quella stella l’aveva notata. <<Stai per esprimere un desiderio?>> Parole nella notte. Trasalì. <<Chi c’è?>> chiese al buio. <<Nessuno, sono solo un vecchio di passaggio>>. La ragazza posò  gli occhi su una sagoma poco distante: un anziano signore con una barba argentea e scompigliata stava passeggiando sul prato con lo sguardo verso l’alto. Aveva le braccia indietro, con le mani dietro la schiena, e proprio in quel punto vi era un puntolino fiammeggiante: la sigaretta.

Ognuno assecondò il silenzio dell’altro, fino a che lei chiese di poter fumare insieme a lui. <<In cambio del tuo nome>> disse il vecchio. <<Alice – non fece in tempo a rispondere che lui le lancio il pacchetto, che le cadde tra le mani – ad ogni modo perché dovrei esprimere un desiderio?>> <<Non hai notato la stella cadente? E’ la prima che vedo quest’anno>> <<Sono stata distratta dal tuo arrivo, ma anche se l’avessi vista non avrei espresso alcun desiderio, non sono il tipo di persona che esprime desideri – accese la sigaretta – preferisco i fatti>>. <<Dovresti invece – si sedette accanto a lei, aspirò intensamente per due volte e rilasciò il fumo in cerchietti – essere capaci di formulare il proprio desiderio più nascosto in poche e brevi parole è una ricchezza. O se preferisci vedila come una sfida, è molto difficile riuscirci>>.
<<Le stelle cadenti sono come le lucciole: un gioco per bambini. Alla fine le lucciole non portano i soldi, ed esprimere desideri non li farà avverare>> ma lui non si arrese <<Sono proprio quei giochi che rendono i cuori più leggeri, alimentano le speranze e la fantasia, cosa c’è di male? – la osservò con la coda dell’occhio – gli occhi dei bambini sono molto più felici di quelli degli adulti>> Alice sbuffò <<Tu ed io non siamo bambini e anche se non volessimo ammetterlo sappiamo di aver perso la loro leggerezza – spense la sigaretta schiacciandola sul prato – la speranza stessa è un male, certe volte>>.
Lui accennò un sorriso guardandola sottecchi, ma lasciò che la breve discussione rimanesse sospesa nell’aria tra loro e le luci delle stelle.

Il tempo passava e il vecchio non si muoveva da lì.

<<Ehi di’ un po’, cosa vuoi?>> esordì lei.<<Niente in particolare, Alice. Mi fa piacere un po’ di compagnia… Oh! Un’altra stella cadente, guarda – un attimo di sospensione mentre seguiva la scia con lo sguardo – la solitudine: una bella cosa, non trovi anche tu? – scosse la testa come se avesse detto un’ovvietà – ma certo, se tu non sapessi apprezzarla ed accoglierla come una cara amica non saresti qui. Però a volte è piacevole condividerla con qualcuno>>.
A quel punto la ragazza si concesse qualche secondo per osservarlo meglio. L’uomo aveva gli occhi rivolti al cielo erano azzurri ghiaccio e il suo sguardo era molto acceso, quasi come se in quell’involucro anziano fosse conservata un’anima molto più giovane. Anche il modo in cui sedeva non si addiceva ad un individuo che dimostrava quanto meno ottant’anni.

Improvvisamente Alice si sentì pervasa da una bella sensazione di tranquillità e pace.
<<La solitudine è una sfida, vecchio. Può essere fredda, crudele e spietata, anche quando la si pensa confortante, calda e cristallina. Molte, troppe persone, ne sono spaventate. Oserei dire terrorizzate>> disse lei, tornando ad osservare il cielo imitando il suo compagno.
L’uomo, per la prima volta, la guardò direttamente
<<Non è la solitudine nuda e cruda che spaventa. Quello che inquieta è l’affrontare le ombre che si nascondono dietro di essa: le ombre della nostra coscienza, le paure nascoste, i fantasmi che ci seguono ogni giorno e che vengono occultati dalle chiacchiere dei luoghi affollati. Le persone che non accolgono quei fantasmi non riescono a sentire cosa essi abbiano da dire. Hai mai pensato a quanto sia difficile affrontare sfaccettature di noi stessi che abbiamo – volutamente o meno – messo in secondo piano?
Cose che abbiamo nascosto nei meandri della nostra mente?
Tutti noi abbiamo dei lati oscuri, demoni, ombre o come diavolo tu preferisca chiamarle>>.

<<Si possono avere dei demoni se la nostra vita scorre lineare e tranquilla?” chiese Alice.

<<I demoni sono parte del nostro essere, non nascono solo da brutte o cattive esperienze, da torti subiti o ferite sempre aperte. Alcuni, anche imponenti, nascono da meditazioni sfortunate, pensieri rumorosi, situazioni perse dalla memoria ma vive e nitide nel nostro subconscio, situazioni che avremmo potuto vivere o affrontare in modo diverso, sia esso migliore o peggiore>>.
Il vecchio prese il pacchetto di sigarette e lo allungò verso Alice che accettò di buon grado; qualche nuvola di fumo dopo si sentì pronta a continuare la conversazione.
<<Io credo di avere dei demoni, o almeno di averli avuti. Ci ho parlato. Mi hanno spaventata, ma alla fine ho imparato a capirli>>.
Lui rimase sorpreso, e commentò con tono ammonitore, ma non aggressivo <<Sei una ragazza giovane, Alice. Diamine, ci arrivi a 25 anni? Mi piacerebbe poterti dire che sei fortunata se hai già affrontato i tuoi demoni, ma la verità è che sei sfrontata – si fece serio – tanti anni sono trascorsi da quando avevo la tua età. In questi anni ho visto persone seguite da demoni enormi e spaventosi. Uomini e donne soffocati dalle proprie ombre, ignari della loro esistenza, o peggio, ciechi per scelta – aspirò – e te, giovane sfacciata, parli come una donna vissuta. Stai forse cercando di paragonarti all’esperienza di un vecchio? Attenta a ciò che dici e a come vivi. Sopravvalutarsi è umano e comune in tutte quelle persone che sono perseguitate da demoni che non vogliono vedere – il suo tono si addolcì – vuoi essere parte di quella cerchia di persone che un giorno crolleranno in pezzo sotto la violenza delle loro stesse azioni ed emozioni?>>.


Alice rimase abbagliata dall’enfasi di quel breve monologo.
Avrebbe voluto ribattere, mostrare a quello sconosciuto la forza di cui era dotata, l’esperienza che sapeva di avere sulle spalle nonostante la sua giovane età, ma qualcosa la bloccò.
Un piccolo allarme, dalla delicatezza di un sonaglio per bambini le risuonava dentro. In fondo, oltre l’orgoglio, sapeva che l’uomo aveva ragione.
Aveva paura.
Il vecchio la stava guardando come se sapesse perfettamente che i pensieri di lei si stavano ingarbugliando, e sorridendo, con lo sguardo di nuovo assente rivolto verso il cielo, le disse: <<Che strumento affascinante, misterioso e complicato il cervello umano. Siamo in grado di crearci e distruggerci con le nostre stesse mani solo fermandoci ad osservare un cielo stellato con una sigaretta in mano – si alzo e iniziò a passeggiare avanti indietro sull’erba – non aver paura, vivi. La vita è sempre bella, è più bella della paura>>.

La notte stava raggiungendo il suo momento più freddo, ma Alice non era sicura se i brividi che le percorsero la spina dorsale fossero figli del clima o della sensazione di disagio che l’avvolgeva. Stava per parlare, così da concludere la conversazione e congedarsi, ma ancora il vecchio parlò.

<<So cosa stai pensando. Ho insinuato in te il seme del dubbio.
Credo che anche tu sappia che verranno giorni, in futuro, in cui non basterà una corsa a rinfrescarti. Magari ti sentirai persa, conoscerai demoni che già esistono in te ma non sapevi di avere fino a quel momento. In quei giorni ricorda che hai tutta la vita davanti a te per affrontarli, ed un mondo intero in cui cercare i giusti suggerimenti per vincerli>>.

Alice si girò per ribattere, ma alle sue spalle, nell’esatto punto in cui fino ad un istante prima avrebbe giurato vi fosse il vecchio, non c’era nessuno. Aprì gli occhi e li sbatté più volte. Sopra la testa di Alice il cielo era acceso di puntini luminosi. Una stella cadente attraversò il suo campo visivo. Intorno a lei c’era solo il prato, gli alberi e la sua macchina.

Dietro una nuvola, nell’angolo più remoto del cielo, vide la luna.

Categorie
Attimi

Io ti vedo

La musica era particolare. Ritmica, estremamente ritmica. A tratti ricordava un fruscio, in altri momenti l’abbattersi di una frusta sul bersaglio – il mare –. In sottofondo, poi, vi era una melodia costante, sottile e tagliente – il vento – accompagnata da un tamburellare insistente e sottile, come di microscopiche bacchette su una gigantesca batteria – la pioggia –.

La giovane aveva gli occhi serrati mentre si beava del concerto dal suo timido riparo sulla spiaggia. Era notte fonda, e l’immaginazione aveva un posto da privilegiata: era in prima fila per quello spettacolo, per questo gli occhi non le erano utili.
Vagava. Da un’immagine ad un’altra. Da un avvenimento felice ad un timore. Da un ricordo ad un desiderio.
Qualcuno scostò la tenda che copriva l’ingresso della capanna di canniccio.

<<Cosa fai qui sotto l’acqua?>> le disse.

<<Non sono sotto l’acqua, come puoi ben vedere sono riparata>> rispose lei senza muoversi di un millimetro e senza aprire gli occhi.

<<Ok… cosa fai qua fuori, dentro un’umida capanna improvvisata? Potresti tranquillamente raggiungerci nel bungalow>>.

<<Shhh..>> fece lei, aggrottando le sopracciglia infastidita.

<<Andiamo Alice, falla finita>> commentò lui laconico.

Finalmente Alice aprì gli occhi, e sbuffando si tirò su a sedere <<Ottimo Adam,  sei riuscito a rompere la mia quiete, grazie. Prenditi due minuti e prova anche tu a stare zitto e ad ascoltare il mare e il suono della natura invece di dirmi per la centesima volta che devo entrare dentro con gli altri. Non ho voglia>>.

<<Sei sempre arrabbiata per oggi>> disse lui entrando e sedendosi accanto a lei. Non era una domanda o un’accusa, ma una semplice constatazione. <<A parte quell’evento, ti sei divertita almeno un po’?>>.

Alice lo guardò <<Che fai adesso, mi compatisci?>>

<<Non ci penso nemmeno. Non voglio mica essere preso a calci>> le rispose azzardando un sorriso, che per fortuna ebbe l’effetto desiderato di distenderla.

<<Suppongo di si, di essermi divertita nonostante il mal di testa e il caldo asfissiante. E’ stato carino lanciarsi in mezzo al mare con le maschere e gli amici. Se poi non fossi quasi affogata mi sarei divertita anche di più – disse con sarcasmo –  e sono consapevole di essere arrabbiata per il niente dal tuo punto di vista>>.

<<Mi credi così poco intelligente?>>

<<No, assolutamente. Semplicemente molto spesso io stessa faccio fatica a comprendermi, non ho la pretesa che tu ci riesca prima di me>>.

<<Perché non provi semplicemente a dirmi cosa stai pensando? Potrei sorprenderti. Intanto ho capito che sei arrabbiata, e non con noi>>.

*

Quel pomeriggio era stato quasi perfetto. Il sole era caldo e alto, il cielo azzurro e il mare calmo e pulitissimo. Mentre Alice, Adam e gli altri quattro amici stavano facendo snorkeling, la ragazza si era ritrovata improvvisamente nell’acqua alta circondata da banchi di alghe nere. Un istante, breve e fatale, le fu sufficiente a rendersi conto che tutti gli erano parecchio distanti da lei. Il panico la assalì senza neanche chiedere il permesso.
Il mare le piaceva, ma non si fidava.
Sapeva nuotare, ma all’improvviso si era ritrovata senza fiato e senza forze.
Nonostante ciò non le venne subito in mente di richiamare l’attenzione di Abigail, che tra tutti era la più vicina. Perse piuttosto pochi secondi a chiedersi se fosse o meno il caso di disturbare il prossimo perché una paura insensata la stava facendo smettere di respirare (si, in mezzo al mare, non esattamente un posto ideale). Nel frattempo Abigail si stava allontanando, mentre Adam aveva notato da solo il problema. Così, quando Alice si decise ad urlare e cercare di nuotare verso riva, lui l’aveva già raggiunta, e prendendola per la vita nuotò con lei fino alla spiaggia, dove la prima cosa che Alice disse fu “tutti, tutti sapete che ho un rapporto amore odio con il mare e che mi spavento subito, nonostante questo mi avete lasciato sola in mezzo ad un banco di alghe”.
Se ne pentì subito.
La pervase il senso di colpa per aver accusato qualcun altro di quella che era semplicemente una sua debolezza. Sensazione che si aggravò quando in poco tempo tutti gli amici la circondarono sulla sabbia chiedendole se stava bene. Le dava immensamente fastidio tutta quell’apprensione e quell’inutile preoccupazione. Stava rovinando la giornata a tutti.
Nella sua testa due parti combattevano tra loro: una si chiedeva se non fosse semplice e umano accettare di essere accudita senza sentirsi inadatta o piagnucolona, l’altra era arrabbiata con la situazione e con se’ stessa per aver messo su quel maledetto teatrino.
Esternamente si limitò a spostare l’attenzione su altre cose, e quando Adam si mostrò preoccupato perché aveva capito che la ragazza aveva quasi avuto un attacco di panico, Alice lo fece passare come esageratamente apprensivo.

*

Adam ci aveva visto giusto. Alice era arrabbiata, si, ma con chi?

<<Hai ragione. Non sono arrabbiata con voi per avermi lasciato da sola. Sono arrabbiata con me stessa per non essere stata abbastanza coraggiosa e per aver anche solo pensato che dovevate avere un occhio di riguardo. E poi… è incredibile.
Sono preda di pensieri che mi rimbalzano in testa. Mi sento alla mercé di un filo logico ma anche illogico di immagini e idee che mi trascinano in modo continuo, e che non mi consentono di vivere in modo sereno anche una bella giornata tra gli amici come questa. Sono spettatore e giudice di quello che mi succede intorno, come se non fossi veramente io a vivere la mia vita ma fossi qua a guardarmi scegliere la prossima azione da compiere per essere una persona normale. Ha senso?>> disse Alice sospirando.

<<Tutto questo ti è scaturito da oggi?>>

<<Si… e no. Non lo so, sono sempre un po’ così. Alcuni giorni di più, altri meno. Oggi sicuramente sono stata infastidita da me stessa. Anche ora mi do fastidio. Per questo sono venuta qua fuori ad ascoltare il mare. Non voglio dare fastidio anche a voi>>.

<<Alice, siamo amici. Non ci dai fastidio perché hai quasi avuto un attacco di panico, è normale preoccuparsi se un’amica non sta bene. Perché è così difficile per te capire che è un riflesso spontaneo, umano, che non siamo stizziti per questo?>> chiese Adam avvicinandosi per riuscire a vederla meglio in viso nella penombra. Lei guardava il vuoto.

<<Non so darti una risposta. Sono le sensazioni che parlano per me. E’ come se non riuscissi a percepire questa normalità di cui parli>> ed era vero: non a livello consapevole, non avrebbe saputo spiegarlo. Era una vibrazione sotto la pelle, nelle viscere. Un malessere.

<<Devi smetterla di pensare di non meritarti l’affetto delle persone>> disse all’improvviso Adam con tono fermo e consapevole, ma gentile.

Alice ebbe un sussulto. Era stato estremamente diretto, con quella frase aveva sorpassato una linea di confine, azzardando un commento su qualcosa di estremamente intimo: aveva letto sotto la pelle di lei e aveva capito quelle sensazioni che le parlavano senza palesarsi, aveva dato loro un nome anticipando cose che lei ancora faticava a capire. Sentì calore nel petto, qualcosa di bello. Una consapevolezza?

<<Io… non so cosa risponderti>> si limitò a sussurrare Alice.

<<Non importa, io ho capito>>.

Fuori, intanto aveva smesso di piovere. Dalla tenda sottile si iniziava ad intravedere la luna fare capolino tra le nuvole e le prime stelle.
Adam si alzò e prese Alice per mano, costringendola a seguirlo fuori.

<<Che fai?>> disse lei intorpidita, quasi come se quel gesto l’avesse risvegliata dalla tempesta emotiva che era scoppiata pochi minuti prima <<Che giorno è oggi?>> le rispose lui.

<<E’ il… 27 luglio, ma che c’entra?>>

<<Caldo a sufficienza per fare il bagno con la luna non trovi? – disse con un sorriso più luminoso delle stelle – non fare quella faccia sconcertata scema, andiamo>>.

<<Non so se sono in vena di far fest…>> non riuscì a finire la frase perché lui la interruppe accarezzandole una guancia. Un istante. E poi si buttò in mare.
Alice rimase qualche secondo immobile. Era davvero così? Era arrabbiata con sé stessa perché non riusciva ad accettare il bene che veniva dagli altri? Era così tanto concentrata nel lieve disprezzo che aveva per sé stessa da pensare che questo le fosse rivolto anche dagli altri?
Si tolse la maglia e avvicinò l’asciugamano a riva.
E Adam aveva capito tutto? Quello che le frullava nella testa? La conosceva davvero così bene?
Ormai era rimasta in costume e aveva i piedi nell’acqua.

<<E dai buttati>> disse Adam qualche metro più in là riemergendo da sotto una piccola onda.

“Se mi butto, voglio che quest’acqua lavi via tutto, almeno per un’ora. Voglio essere io com’ero prima di diventare preda di me stessa”

Con questa frase in testa si tirò nell’acqua. Era fresca pur essendo notte, probabilmente perché aveva appena piovuto.

<<Brava! Visto che non era difficile>>

<<Non lo era>> disse sorridendo e nuotando verso di lui, mentre i capelli lunghi le si inzuppavano di acqua e sale.

<<Hai visto che spettacolo la luna piena? Una notte così bella non poteva essere sprecata. Hai fatto bene a non rientrare. Sei stata più lungimirante di tutti noi>>.

Alice storse la bocca <<Beh, in realtà non sono rientrata perché…>> <<Lo so Alice – la interruppe con un buffetto sul braccio – ma guarda com’è andata a finire poi, no?>>.

Si girò verso di lui. I suoi occhi ridevano ancora di più della sua bocca, erano luminosi e caldi, le dicevano qualcosa di diverso sotto pelle, le dicevano che aveva ragione lui, che poteva accettare il bene che veniva dagli altri.

<<Adam… – l’onda successiva la portò diretta a pochi centimetri da lui, che l’abbracciò – grazie>>.

<<Gli amici servono anche a questo, no?>> le rispose, un istante prima di baciarla.


  1. Complimenti Elena per aver fatto credere che il bel ragazzo dagli occhi azzurri fosse un altro e non il marito…

  2. Hai fatto bene a cambiare il titolo poichè dà proprio l’idea che le occasioni non vanno sprecate poiche l’orologio della…