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Imparare a volare

4. Hic et Nunc

Introduzione

Hic et Nunc è nato nel 2016 dopo almeno un paio di mesi di lavoro. Scrivevo al tavolo di sala, nella casa a Pisa che condividevo con tre coinquiline al tempo dell’università.
Non sono mai stata molto brava a vivere l’attimo. Da adolescente ero letteralmente ossessionata da questo concetto. Mi dissi che se avessi scritto di un certo tipo di atteggiamento sarei forse riuscita ad assumerlo anche nella vita di tutti i giorni: volli quindi sforzarmi di raccontare con un certo modo di pensare. Direi di essere davvero migliorata negli anni. 

Ci tengo a dire che questa volta, per quanto riguarda l’immagine di accompagnamento al testo, ci siamo proprio superati grazie alla bravura e alla gentilezza del fotografo William Perugini, vi lascio di seguito i suoi profili social.
Facebook: William Perugini Potographer
Instagram:@williamperugini


Racconto

Stava sfogliando, rigirandoselo tra le mani, un piccolo quaderno vecchio e sgualcito. La prima pagina indossava un appunto scolorito, che recitava:

“Il cielo è azzurro come non lo si vede da tempo ed il sole è caldo. Oggi è una di quelle giornate che mi ricorda come l’inverno non possa durare per sempre, anche se nel momento in cui l’abbraccio dal freddo si chiude su di te, dimentichi di quanto possa essere bella la primavera.
Giornate come questa sono fatte per asciugare le pozzanghere piene di fango, per lasciar fiorire i peschi; sono la speranza dei fiori, la garanzia che un nuovo giorno può portare qualcosa di nuovo e fresco anche se, solo a pochi metri di distanza, decine di alberi hanno ancora i rami secchi.
E negli occhi delle persone si legge la stessa speranza dei fiori. Occhi grandi o piccoli, luminosi o spenti: ognuno porta una luce diversa in sé, una luce che parla meglio di qualsiasi bocca.
L’inverno non può durare per sempre, anche quando marzo si nasconderà dietro le nuvole, sono sicura che ci saranno altre giornate come questa.
Anche se l’inverno appena trascorso è stato molto più lungo di qualche mese, e ricoperto da una fredda lastra di ghiaccio, adesso so che non potevo arrendermi al gelo.
Ho sempre combattuto contro la vita, adesso è il momento di iniziare a combattere per la vita. Per i giorni di primavera. Per eliminare la lastra di ghiaccio”.

C’era una ragazza. Se ne stava seduta ad osservare le persone che passeggiavano lungo il Tamigi illuminato, raggomitolata su una panchina come un gatto soriano troppo stanco per inseguire le lucertole.
Tra le mani teneva un bicchiere di carta. Lo portava quasi fosse un mazzo di fiori che però, al posto dei petali, aveva del caffè americano fumante. Pochi minuti prima la tasca interna di quella borsa che da così tanti anni non usava le aveva riservato una sorpresa: il quaderno che un tempo accoglieva le sue confidenze e le sue riflessioni.
Aveva sorriso nel leggere quanto riportato in quella pagina, ricordando benissimo il giorno in cui aveva reso le sue riflessioni indelebili: era una primavera di alcuni anni prima, un periodo della sua vita in cui aveva iniziato a chiedersi cosa volesse dire crescere e affrontare la vita. Giorni in cui il suo cuore aveva subito delle perdite grandi, accompagnate da piccole ferite, anche se al tempo sembravano tanto impossibili da sanare.
Quelli erano i giorni in cui per la prima volta aveva deciso che avrebbe imparato ad aprire il suo cuore, a dimostrare l’affetto e a smettere di nascondersi dietro ai muri che aveva così faticosamente costruito.

Con quei ricordi le sue labbra si incurvarono ancora di più ed il sorriso raggiunse gli occhi.
Alzò lo sguardo dal quaderno per osservare intorno a lei. La strada era affollata come non mai, la palla infuocata lassù nel cielo aveva richiamato tutti: uomini, donne, bambini, ragazzi. Un turbinio di colori e di etnie. Sembrava di assistere ad una sfilata organizzata da un folle tanto erano variopinte le anime che passeggiavano lungo il Tamigi.
La vera attrazione per lei non erano tanto i vestiti od i capelli colorati dei rockettari, ma gli sguardi. Ogni singolo che muoveva i suoi passi davanti alla ragazza, aveva nelle iridi uno scintillio diverso, unico nel suo genere. Si ritrovò rapita dal notare che non tutti i bambini avevano occhi felici, non tutte le coppie si scambiavano gli stessi raggi di affetto, e che qualche solitario, come lei sorrideva perso ad osservare il sole.

Fu forse quel ricordo ritrovato sul quaderno, oppure il chiedersi quante storie potessero raccontare le persone che le camminavano davanti, o magari l’atmosfera nella sua interezza: iniziò a riflettere su dove si trovava, ma non fisicamente. «Guarda, Alice – si disse – guarda quanti passi hai già mosso nella vita adulta, quanto sei stata brava nel fare tesoro di tutte le tue esperienze».
Sfide da affrontare, traguardi da raggiungere, segni indelebili dentro di lei lasciati da episodi vissuti.
Tante battaglie era fiera di poter dire di averle vinte da sola, mentre per tante altre era stata indispensabile la presenza di persone accanto.
Ricordava il nero della rabbia, il bianco della disperazione, l’indefinito colore del dispiacere.
Ricordava l’arcobaleno di quando aveva offerto il suo cuore per la prima volta, ma ricordava anche la cecità scaturita quando quello, invece di essere accudito, le era stato strappato di mano con forza, usato come uno stupido gioco e poi calpestato.
Ricordava di come questo si fosse irrigidito, indurito come un sasso per poi sgretolarsi come creta troppo secca.
Ricordava di aver letto, chi sa dove e chi sa quando, di come le emozioni combattono nella testa delle persone per decretare cosa sia giusto e dignitoso, cosa sbagliato.
Nel vorticoso miscuglio di immagini che si susseguirono nella sua testa, nessuna di esse le richiamò emozioni sufficientemente forti da accendere la sua attenzione, tranne una leggera consapevolezza. Ad essa era legato anche quel sorriso che si era acceso sul suo volto: nessuna delle persone che l’avevano ferita era mai stata la sua prima scelta, e ciò adesso, aveva dannatamente senso.
Quali fossero state le gioie e i dolori, le piccole e grandi esperienze vissute fino a quel momento, era stata condotta a raccogliere i pezzi del suo cuore, che rovinati o meno, adesso sentiva essere al loro posto. Il prima aveva ormai tutta un’altra importanza. Le sensazioni di malinconia e le domande su come avrebbe dovuto comportarsi per tagliare fuori il rischio di soffrire di nuovo non l’attanagliavano più. Non si chiedeva cosa le riservasse il domani.
Era troppo presa dal vivere l’oggi.

Il qui.

L’adesso.

La strada che aveva percorso le aveva regalato la compagnia di due occhi che conosceva da molto tempo, ma che aveva sempre osservato da lontano cercando di accudirli con premura, senza impulso, affascinata dalla loro bellezza. Gli occhi di quella persona che in quel momento le camminava a fianco, tenendola per mano.

Una risposta su “4. Hic et Nunc”

Non credo che nel percorso della vita ci sia un unica e precisa svolta, credo che l’atteggiamento dell’individuo sia fondamentale per far sì che le cose vadano x il meglio.Per avere un atteggiamento positivo ci vuole forza e coraggio.le difficoltà della vita vanno affrontate con il giusto spirito.hic et nunc

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