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Imparare a volare

2. Il vento

Introduzione

Il vento è il secondo racconto della raccolta “Imparare a Volare”. È stato scritto in tanti momenti diversi, una creazione in divenire, la prima sperimentazione nel 2015 in cui ho cercato di dare vita ad una storia in cui i concetti facessero da contorno. Il vento è stato scritto con l’ambientazione e i colori negli occhi: stavo di fronte al pc immaginando le colline Lucchesi, il sole arancione, il vino, ed un grande casolare rosso mattone. 
Alcuni scambi di parole in questo racconto sono stati ispirati da conversazioni che al tempo erano attuali, che mi rimbombavano in testa, e  che oggi, chi sa perché, non ricordo neanche più.


Quando le porte del treno si aprirono, il sole si stava preparando a coricarsi dietro le colline. I colori che la abbagliarono erano così vividi che le parve di essere inciampata dentro ad un quadro: i girasoli e le piante verdi si abbracciavano salutando l’azzurro che da li a qualche ora avrebbe lasciato lo spazio all’oscurità.  Su quella tavolozza due nuvolette bianche si rincorrevano spinte dallo stesso vento che scompigliava i capelli biondi della ragazza solitaria.
Era una calda sera di settembre, l’epilogo di una delle tipiche giornate estive che non vogliono arrendersi all’avvento dell’autunno.

Appena scesa dal treno, la giovane si era ritrovata in un paesino sperduto. Non aveva la più pallida idea di che luogo fosse: durante il viaggio si era addormentata per qualche ora, non appena sveglia si rese conto che il tempo era trascorso senza il suo consenso, così si era precipitata alla porta del vagone scendendo frettolosamente alla prima stazione.
Nell’edificio della ferrovia intravide una sola biglietteria. Un cartone bianco e consumato portava sopra una scritta poco definita che recitava “chiuso”. Il sospetto che il cartello fosse lì da mesi le attraversò la mente, tanto quello era rovinato.
Fuori dalla stazione alcune arzille vecchiette sedevano ad un tavolino, protette dal sole all’ombra di una veranda. Le donne vedendo giungere quella giovane titubante e con aria un poco spaesata, in preda ad una smaniosa curiosità, avevano distolto la loro attenzione dalle carte e sorridendo le avevano augurato una buona serata.
L’apparizione di una ragazza di quell’età in paese era un vero e proprio evento, le carte potevano sicuramente aspettare; non appena la giovane si allontanò di qualche passo le vecchiette iniziarono a confabulare tra di loro.

<<Cecilia, hai mai visto quella biondina? Così giovane e in giro da sola con uno zaino! E hai visto i calzoni? Sono tagliati malamente… le scoprono le cosce! Le ragazze oggigiorno non hanno più il senso del decoro. Una bella gonna dico io, sarebbe molto meglio>> aveva tentato di bisbigliare – con poco successo – una di loro.
<<Mai prima di oggi>> rispose una di quelle.
<<I primi alloggi? Ma che dici?>> la ragazza, che intanto stava camminando con passo ciondolante nella direzione opposta, udendole nascose una risata con un colpo di tosse: evidentemente una delle signore doveva essere un po’ sorda.
<<Ha detto mai prima di oggi>> preciso una terza voce tra le anziane.
<<Come?>>
<<Mai prima di oggi>> dissero in coro tre di loro.
<<Oh misericordia Alberta, che giornate difficili quelle in cui dimentichi l’apparecchio acustico>> asserì la signora di nome Cecilia sbuffando e rimescolando le carte.
Per la giovane sarebbe stato molto divertente rimanere nei paraggi ad ascoltare clandestinamente la conversazione, ma non poteva permetterselo. Doveva cercare un posto dove trovare qualcosa da mettere sotto i denti e soprattutto, un posto dove dormire.  

Dopo aver individuato un bar che risultò essere chiuso, si avviò verso quella che sembrava la strada per il casolare che faceva capolino sulla collina.
Passeggiava con tranquillità in un vitigno. Dopo aver rubato qualche chicco d’uva dai filari, si era persa nell’ammirare il fascino del tramonto, uno dei suoi momenti preferiti della giornata.
<<Non è molto educato rubare l’uva. Non è tua>>.
Lo sguardo della ragazza cadde sulle proprie mani che la incastravano con le schiaccianti prove del delitto: erano chiuse a coppa per sostenere una manciata di acini viola, impossibili da nascondere. Di fronte a lei c’era un ragazzo non molto alto con un ciuffo di riccioli neri e ribelli che gli cadevano morbidi sulla fronte. Aveva un’aria un po’ scanzonata.  <<Ehm… è tua?>> accennò con sguardo colpevole.
<<Così sembrerebbe>> commentò lui.
<<Mi spiace… davvero! Ero diretta al casolare, ma sono stata distratta dai colori del tramonto e ho preso l’uva con superficialità, senza pensare a quello che stavo facendo>> mentre formulava la frase, il ragazzo si avvicinò, prese tre chicchi e dopo esserseli cacciati in bocca, li schiacciò tra i denti ammiccando.
<<Tranquilla, basta non dirlo a mio padre>>.
Detto questo si avvicinò al filare e staccò un grappolo intero. <<Direi che anche questo non è mai successo. Vieni. Se ti piace il tramonto non vale proprio la pena stare qui, ti porto io nel posto giusto>> e senza aspettare che lei gli rispondesse, né tanto meno presentarsi, si avviò a passo spedito tra le piante.
Qualche minuto più tardi, i due sedevano sul prato ombreggiato da folti olivi, di fronte a loro si vedeva tutta la piccola valle e le montagne oltre cui il sole stava scomparendo.
<<Chi sei? Cosa fai da queste parti? Non si vedono spesso giovani sconosciuti>> commentò lui.
<<Viaggio. Mi sono addormentata in treno e appena sveglia sono scesa alla prima stazione. E in quanto a chi io sia, vorrei saperlo anche io. Tu chi sei?>> il ragazzo la guardò incuriosito, si strinse nelle spalle e disse semplicemente <<Il figlio di mio padre, il proprietario di questo podere>> poi, scrutandola come se fosse un delinquente in fuga, aggiunse <<Sei in vacanza e ti sei persa?  Sei scappata di casa e non vuoi lasciare tracce? O magari hai qualche problema con la legge?>>
<<No assolutamente, nessuna delle tre – rise – sono partita un po’ di tempo fa con tanta voglia di vedere cosa ci fosse fuori dalla mia realtà, mi sono sempre spostata, non ho una meta precisa>>.
<<Bello – disse lui con aria distratta – e perché viaggi in questo modo?>>
<<Voglio vedere un po’ di mondo. Soprattutto voglio vedere le persone>>.
<<Non avrai molto da vedere qui. Siamo in campagna! A parte qualche vecchio, i loro nipotini e la mia famiglia puoi giusto presentarti a qualche pecora. Faresti bene a cercare una meta migliore>>. La ragazza era visibilmente divertita dal modo di fare del riccioluto, per altro non era la prima volta che uno sconosciuto non capiva il suo bisogno.
<<Io non sono d’accordo, trovo questo posto molto interessante. C’è un bel silenzio tra queste colline, un atmosfera utile per ordinare pensieri confusionari. Hai mai provato la sensazione di essere sommerso da ondate di riflessioni aggrovigliate e sovrapposte, tanto da non capire quale di esse voglia prendere il sopravvento sul rumore di fondo?>>
Dallo sguardo del suo interlocutore ebbe l’impressione che lui pensasse di avere davanti una un po’ svitata.
<<Non credo di seguirti>>.  
<<Non sto vaneggiando senza senso, anzi sto cercando un po’ di chiarezza>>.
<<Prenderti una camomilla e dormirci sopra nel letto di casa tua ti sembrava troppo semplice? Non ti piace il main stream, eh?>>
Lei si alzò in piedi e prese a passeggiare tra gli olivi.
<<Penso che sia molto più interessante bearsi dello stimolo di luoghi mai visti, rispetto all’ordinario. Non è più facile o più difficile, è… diverso. La terra è vasta, ci pensi a quanto sono diverse le menti di tutte le persone che vi muovono i propri passi ogni giorno? Siamo illuminati tutti dallo stesso sole, e baciati tutti dalla stessa luna, ma le mie percezioni sono diverse dalle tue, così come è diversa la percezione delle signore che ho incontrato fuori dalla stazione. Gli esseri umani sono i più grandi mercanti che esistono per il fatto stesso di essere umani. Ognuno di loro porta con se una grande ricchezza>>.
Il ragazzo era interdetto e scosse la testa <<Se avessi un tesoro in tasca mi comprerei una casa in città e mi costruirei una vita lì>>.
<<Non hai modo, a priori, di sapere se sarebbe la scelta giusta>> lo apostrofò lei.
<<Lo sarebbe. In città non sarei più costretto a passare le giornate a prendermi cura di una stupida vigna della fattoria. Potrei diventare un uomo d’affari, diventerei ricco e potrei avere qualsiasi cosa di cui io abbia bisogno. Potrei avere anche tutte le donne che voglio>>.
<<Io a casa ho tutto quello di cui tu pensi di aver bisogno. Ho una bella famiglia, viviamo in una città grande. Mio fratello sta per laurearsi in medicina, io avevo un buon lavoro. Sicuro anche>>.
<<E vorresti dirmi che hai lasciato tutto questo per partire con un inutile zaino in giro per le campagne?>> era sconcertato.
<<Si. Non sempre tutto ciò che appare perfetto e desiderabile agli occhi di chi ne rimane esterno è sufficiente per dire “ho abbastanza”. Io voglio di più. Voglio potermi confrontare con il mondo, voglio crescere con ogni esperienza, essere smussata e contraddetta. Tornerò a casa un giorno non molto lontano, e ci tornerò con una grande ricchezza>>.
Il ragazzo notò che gli occhi di lei avevano assunto una nuova luce, gli ultimi raggi di sole le illuminavano le iridi verdi facendole brillare come smeraldi, e allora seppe che le parole della giovane non erano lasciate al vento, non erano grosse frasi presuntuose infiocchettate solo per apparire di bell’aspetto e suscitare ammirazione. C’era qualcosa di più in quello che lei voleva dire, ma non era sicuro di riuscire a coglierne fino in fondo il significato, così lasciò perdere almeno per il momento e le chiese da quanto tempo stesse viaggiando.
Era trascorsa qualche settimana dalla sua partenza.
<<Sono partita con un po’ di soldi e mi fermo dove trovo ospitalità o dove posso lavorare per qualche giorno in modo da riempire il portafoglio per il successivo viaggio in treno>> spiegò.
Continuarono a parlare fino a che il brusio dei pensieri della ragazza non vide emergere la necessità di quel momento: un letto e un pasto. Chiese al riccio se fosse disponibile ad offrirle ciò di cui aveva bisogno, e così ottenne di rimanere a dormire nel casolare per qualche notte. In cambio avrebbe aiutato la famiglia nei lavori della vigna.
Una nuova tappa del suo viaggio stava prendendo forma.
Mentre lo seguiva dentro l’abitazione, attendeva con trepidazione di vivere le nuove esperienze in campagna.

Intanto una parte di lei già pensava a dove l’avrebbe condotta il vento della settimana successiva.

3 risposte su “2. Il vento”

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