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Imparare a volare

1. Vide la luna

Introduzione

La primissima bozza di “Vide la luna” si intitolava “Quando vide la luna”. Era un racconto molto più breve, privo di dialoghi e con una sintassi ancora più semplice. Fu il primo scritto che ho potuto definire racconto, e fu anche l’input che mi servì per scoprire che ciò che scrivevo avrebbe potuto suscitare interesse negli altri; questo perché mio padre dopo averlo letto, ignaro del fatto che lo avessi scritto io, mi disse “Bello! Chi è l’autore?”. Papà è un avido lettore di libri, e questo suo commento fu per me una grande e piacevole sorpresa. 
Era il 2015. Non sapevo che questo racconto sarebbe diventato il primo di una raccolta composta da tredici parti.


Racconto

Guidava lungo la strada silenziosa senza prestare troppa attenzione a dove stesse andando. Si fermò solo quando la strada finì e si ritrovò in un grosso prato circondato da alberi intervallati di tanto in tanto da vari sentieri che si inoltravano nel bosco.
L’eccitazione per l’inizio delle ferie le aveva fatto venire voglia di una bella corsa, per questo, invece di tornare a casa, si era lasciata guidare dal senso dell’orientamento e dall’istinto, ritrovandosi in un luogo non trafficato dove poter fare movimento. Si guardò intorno per accertarsi che non ci fossero occhi indiscreti, e rapidamente si sfilò la gonna per lasciare il posto alla tuta. Una volta messe le immancabili cuffiette per la musica nelle orecchie si diresse verso le piante, notando con piacere che la vegetazione, pur infittendosi, lasciava penetrare tra le foglie pochi raggi di sole, così il tramonto le fece da compagno durante quella breve corsa in comunione con la natura.
Quando tornò alla macchina era piuttosto stanca e affamata, ma anche appagata.
Dietro le montagne, dove si era appena nascosto il sole, rimaneva solo una luce rosata e qualche nuvoletta. La notte sarebbe giunta presto, ma lei non aveva ancora voglia di rincasare, così  allestì la cena alla meglio con un pacchetto di cracker.

Non si definiva una persona sportiva, ma le piaceva mantenersi attiva: solo così riusciva a sentirsi padrona del proprio corpo. La corsa le piaceva più di ogni altra disciplina perché in essa trovava i giusti stimoli per spolverare i pensieri e lasciare la mente più leggera – per quanto la propria natura seria e riflessiva le concedesse –. Si sdraiò sull’erbetta morbida e chiuse gli occhi attendendo la notte. Quando le palpebre le liberarono nuovamente la vista il cielo era diventato di un blu tanto intenso da sembrare nero, su quella tela di ebano spuntavano i primi timidi puntini luminosi. Mentre osservava le stelle le parve di sentire odore di sigaretta, un istante dopo tra i suoi occhi e il cielo fluttuarono morbide nuvolette di fumo disperdendosi nell’aria. Si mise seduta guardandosi intorno con circospezione, perdendosi così la prima stella cadente della notte. Qualcun altro, invece, quella stella l’aveva notata. <<Stai per esprimere un desiderio?>> Parole nella notte. Trasalì. <<Chi c’è?>> chiese al buio. <<Nessuno, sono solo un vecchio di passaggio>>. La ragazza posò  gli occhi su una sagoma poco distante: un anziano signore con una barba argentea e scompigliata stava passeggiando sul prato con lo sguardo verso l’alto. Aveva le braccia indietro, con le mani dietro la schiena, e proprio in quel punto vi era un puntolino fiammeggiante: la sigaretta.

Ognuno assecondò il silenzio dell’altro, fino a che lei chiese di poter fumare insieme a lui. <<In cambio del tuo nome>> disse il vecchio. <<Alice – non fece in tempo a rispondere che lui le lancio il pacchetto, che le cadde tra le mani – ad ogni modo perché dovrei esprimere un desiderio?>> <<Non hai notato la stella cadente? E’ la prima che vedo quest’anno>> <<Sono stata distratta dal tuo arrivo, ma anche se l’avessi vista non avrei espresso alcun desiderio, non sono il tipo di persona che esprime desideri – accese la sigaretta – preferisco i fatti>>. <<Dovresti invece – si sedette accanto a lei, aspirò intensamente per due volte e rilasciò il fumo in cerchietti – essere capaci di formulare il proprio desiderio più nascosto in poche e brevi parole è una ricchezza. O se preferisci vedila come una sfida, è molto difficile riuscirci>>.
<<Le stelle cadenti sono come le lucciole: un gioco per bambini. Alla fine le lucciole non portano i soldi, ed esprimere desideri non li farà avverare>> ma lui non si arrese <<Sono proprio quei giochi che rendono i cuori più leggeri, alimentano le speranze e la fantasia, cosa c’è di male? – la osservò con la coda dell’occhio – gli occhi dei bambini sono molto più felici di quelli degli adulti>> Alice sbuffò <<Tu ed io non siamo bambini e anche se non volessimo ammetterlo sappiamo di aver perso la loro leggerezza – spense la sigaretta schiacciandola sul prato – la speranza stessa è un male, certe volte>>.
Lui accennò un sorriso guardandola sottecchi, ma lasciò che la breve discussione rimanesse sospesa nell’aria tra loro e le luci delle stelle.

Il tempo passava e il vecchio non si muoveva da lì.

<<Ehi di’ un po’, cosa vuoi?>> esordì lei.<<Niente in particolare, Alice. Mi fa piacere un po’ di compagnia… Oh! Un’altra stella cadente, guarda – un attimo di sospensione mentre seguiva la scia con lo sguardo – la solitudine: una bella cosa, non trovi anche tu? – scosse la testa come se avesse detto un’ovvietà – ma certo, se tu non sapessi apprezzarla ed accoglierla come una cara amica non saresti qui. Però a volte è piacevole condividerla con qualcuno>>.
A quel punto la ragazza si concesse qualche secondo per osservarlo meglio. L’uomo aveva gli occhi rivolti al cielo erano azzurri ghiaccio e il suo sguardo era molto acceso, quasi come se in quell’involucro anziano fosse conservata un’anima molto più giovane. Anche il modo in cui sedeva non si addiceva ad un individuo che dimostrava quanto meno ottant’anni.

Improvvisamente Alice si sentì pervasa da una bella sensazione di tranquillità e pace.
<<La solitudine è una sfida, vecchio. Può essere fredda, crudele e spietata, anche quando la si pensa confortante, calda e cristallina. Molte, troppe persone, ne sono spaventate. Oserei dire terrorizzate>> disse lei, tornando ad osservare il cielo imitando il suo compagno.
L’uomo, per la prima volta, la guardò direttamente
<<Non è la solitudine nuda e cruda che spaventa. Quello che inquieta è l’affrontare le ombre che si nascondono dietro di essa: le ombre della nostra coscienza, le paure nascoste, i fantasmi che ci seguono ogni giorno e che vengono occultati dalle chiacchiere dei luoghi affollati. Le persone che non accolgono quei fantasmi non riescono a sentire cosa essi abbiano da dire. Hai mai pensato a quanto sia difficile affrontare sfaccettature di noi stessi che abbiamo – volutamente o meno – messo in secondo piano?
Cose che abbiamo nascosto nei meandri della nostra mente?
Tutti noi abbiamo dei lati oscuri, demoni, ombre o come diavolo tu preferisca chiamarle>>.

<<Si possono avere dei demoni se la nostra vita scorre lineare e tranquilla?” chiese Alice.

<<I demoni sono parte del nostro essere, non nascono solo da brutte o cattive esperienze, da torti subiti o ferite sempre aperte. Alcuni, anche imponenti, nascono da meditazioni sfortunate, pensieri rumorosi, situazioni perse dalla memoria ma vive e nitide nel nostro subconscio, situazioni che avremmo potuto vivere o affrontare in modo diverso, sia esso migliore o peggiore>>.
Il vecchio prese il pacchetto di sigarette e lo allungò verso Alice che accettò di buon grado; qualche nuvola di fumo dopo si sentì pronta a continuare la conversazione.
<<Io credo di avere dei demoni, o almeno di averli avuti. Ci ho parlato. Mi hanno spaventata, ma alla fine ho imparato a capirli>>.
Lui rimase sorpreso, e commentò con tono ammonitore, ma non aggressivo <<Sei una ragazza giovane, Alice. Diamine, ci arrivi a 25 anni? Mi piacerebbe poterti dire che sei fortunata se hai già affrontato i tuoi demoni, ma la verità è che sei sfrontata – si fece serio – tanti anni sono trascorsi da quando avevo la tua età. In questi anni ho visto persone seguite da demoni enormi e spaventosi. Uomini e donne soffocati dalle proprie ombre, ignari della loro esistenza, o peggio, ciechi per scelta – aspirò – e te, giovane sfacciata, parli come una donna vissuta. Stai forse cercando di paragonarti all’esperienza di un vecchio? Attenta a ciò che dici e a come vivi. Sopravvalutarsi è umano e comune in tutte quelle persone che sono perseguitate da demoni che non vogliono vedere – il suo tono si addolcì – vuoi essere parte di quella cerchia di persone che un giorno crolleranno in pezzo sotto la violenza delle loro stesse azioni ed emozioni?>>.


Alice rimase abbagliata dall’enfasi di quel breve monologo.
Avrebbe voluto ribattere, mostrare a quello sconosciuto la forza di cui era dotata, l’esperienza che sapeva di avere sulle spalle nonostante la sua giovane età, ma qualcosa la bloccò.
Un piccolo allarme, dalla delicatezza di un sonaglio per bambini le risuonava dentro. In fondo, oltre l’orgoglio, sapeva che l’uomo aveva ragione.
Aveva paura.
Il vecchio la stava guardando come se sapesse perfettamente che i pensieri di lei si stavano ingarbugliando, e sorridendo, con lo sguardo di nuovo assente rivolto verso il cielo, le disse: <<Che strumento affascinante, misterioso e complicato il cervello umano. Siamo in grado di crearci e distruggerci con le nostre stesse mani solo fermandoci ad osservare un cielo stellato con una sigaretta in mano – si alzo e iniziò a passeggiare avanti indietro sull’erba – non aver paura, vivi. La vita è sempre bella, è più bella della paura>>.

La notte stava raggiungendo il suo momento più freddo, ma Alice non era sicura se i brividi che le percorsero la spina dorsale fossero figli del clima o della sensazione di disagio che l’avvolgeva. Stava per parlare, così da concludere la conversazione e congedarsi, ma ancora il vecchio parlò.

<<So cosa stai pensando. Ho insinuato in te il seme del dubbio.
Credo che anche tu sappia che verranno giorni, in futuro, in cui non basterà una corsa a rinfrescarti. Magari ti sentirai persa, conoscerai demoni che già esistono in te ma non sapevi di avere fino a quel momento. In quei giorni ricorda che hai tutta la vita davanti a te per affrontarli, ed un mondo intero in cui cercare i giusti suggerimenti per vincerli>>.

Alice si girò per ribattere, ma alle sue spalle, nell’esatto punto in cui fino ad un istante prima avrebbe giurato vi fosse il vecchio, non c’era nessuno. Aprì gli occhi e li sbatté più volte. Sopra la testa di Alice il cielo era acceso di puntini luminosi. Una stella cadente attraversò il suo campo visivo. Intorno a lei c’era solo il prato, gli alberi e la sua macchina.

Dietro una nuvola, nell’angolo più remoto del cielo, vide la luna.

7 risposte su “1. Vide la luna”

Elena questo racconto è bellissimo, mi sono ritrovata tanto in quello che scrivi, soprattutto nella parte in cui parli della solitudine e della necessità di cercare i propri spazi! Nella vita non si smette mai di imparare come ti fa notare l’anziano del racconto…in assoluto questo e Non so parlar d’amore so i miei preferiti! Brava, sei un talento naturale

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