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Imparare a volare

3. Malinconia e tè caldo

INTRODUZIONE

Il padre di questo racconto è un insieme scompigliato di pensieri che scrissi durante una notte insonne, praticamente in dormiveglia. Una cascata di emozioni e una valanga di perché. All’epoca ero reduce da una delle varie volte in cui avevo avuto il cuore spezzato, quella volta forse, più di ogni altra. Era stata diversa, più intensa, più coinvolgente e causata in parte (almeno così pensavo) dal mio carattere troppo fiero, orgoglioso. Riempivo pagine e pagine di pensieri, ma guidata da un forte senso di dignità non proferivo verbo.


« ‘cause I can’t help but wonder, what if I had one more night for goodbye? »

These four walls – Little mix

Era un tardo pomeriggio velato di grigio come se ne vedevano tanti altri. La pioggia non batteva, era tanto leggera che nascondeva la propria presenza agli occhi di chi non prestava attenzione, ma non per questo era poco abbondante.
Cullata da questa cupa ma confortante atmosfera, mi affacciai alla finestra strizzando gli occhi. Il mio vano tentativo di mettere a fuoco l’orizzonte si concretizzò quando inforcai gli occhiali chiedendomi se l’acqua che bagnava ogni cosa fosse frutto della mia immaginazione, o se veramente il cielo stesse piangendo.
Che folle questa pioggia sottile.
Proprio in quel momento, quasi come se la natura fosse stata offesa dai miei pensieri, cadde una prima goccia pesante, un’altra ancora ed il primo fulmine squarciò il cielo illuminando il gli alberi immobili.
Di lì a poco avrei potuto sedermi davanti alla finestra con un tè in mano, ospite allo spettacolo offerto dalla natura che avevo fatto arrabbiare.
Stavo aspettando il momento propizio per concedermi di aprire la serratura dei pensieri scomodi, quelli che sono solita omettere per convenienza, per affrontare il quotidiano senza intoppi.
Purtroppo per me, la serenità duratura e reale necessita che si vada incontro ad ogni ostacolo, quindi eccomi: ero pronta ad affrontarmi.
La me stessa di qualche anno prima sarebbe caduta in uno dei suoi tipici stati di strana apatia, tuttavia quando si cambia non si è più chi eravamo soliti essere, nevvero?
Da non molto tempo avevo trovato una fedele e gentile compagna: la Malinconia. Quanti stupidi la sottovalutano, eppure è una sensazione meravigliosa: ascolta ed insegna, concede di richiamare ricordi, ma è molto severa quando esageri. Ammonisce decisa ricordandoti che i ricordi non potranno mai essere più di ciò che sono: fastidiose e rumorose immagini di cose andate, perdute, anche se impossibili da insabbiare.
Malinconia nel mio essere combatte contro Speranza, e garantisco che le due non possono vedersi.
Speranza è solita piangersi addosso, proprio per questo Malinconia non perde occasione alcuna per rimetterla in riga, insegnandole come meglio può il discrimine tra ciò che è reale e ciò che di reale ha solo una sensazione di vuoto e sconforto, come quando ci si sveglia da un sogno troppo bello.
Chi vuole – sinceramente – vivere nei sogni?
Sicuro come la morte che questo non vuole farlo Malinconia.
Così, al mattino, quando Speranza alza il capo per proporre le sue idee, Malinconia le dà le botte. Intendiamoci bene, delle botte davvero sonore. Le immaginavo come quelle che il nonno dava a mio cugino quando lo beccava a rubare le uova dal pollaio del contadino che viveva alla fine della via. Quale umiliazione, pover’uomo, se suo nipote fosse stato sorpreso nel piccolo furto.
La determinazione di mio cugino, invece, mi ricordava Speranza: per quante botte prendesse quel furfante, la tentazione di fare colazione con i tuorli freschi sbattuti insieme allo zucchero bianco era troppo forte.
La storia del pollaio è sicuramente divertente e interessante, ma il parallelismo finisce nel momento in cui ci si rende conto che Speranza e Malinconia non se la giocano solo tra di loro come il nonno e mio cugino, bensì hanno tante compagne che recitano a fianco a loro.

Quando un ennesimo lampo abbagliò il cielo mi riscossi dai miei pensieri rendendomi contro che era giunta l’ora di fare una doccia, dal momento che, contro ogni mia aspettativa, avevo accettato l’invito a cena delle mie amiche – chiara dimostrazione che l’apatia dormiva un sonno profondo: potevo stare in mezzo ad altri esseri umani senza odiarli –.

Forse fu a causa dell’aver atteso un attimo di troppo, o forse fu il sorso di tè rilassante… invece di recarmi in bagno rimasi seduta e mi domandai cosa sarebbe successo se noi avessimo avuto una sera in più.

Una sera in più per salutarci.

Una sera in più per salutarti.

Banale.
E’ una domanda che può risultare banale, ronza in testa a molti quando si trovano nella situazione in cui mi trovavo, ma io da quella domanda ero stata colta alla sprovvista.
Non ero mai stata molto brava con i pensieri gentili, la mia dura indole aveva sempre puntato il dito, cercato accuse e colpe,  assaporando possibilità di vendetta. Avevo sempre portato avanti la prima sentenza, disdegnando di opinioni contrarie che mai ascoltavo.
Per questo mi sorpresi così tanto, mi sembra di ricordare che tra le labbra sibilai «Davvero me lo sto chiedendo? Proprio io?».
Con la voce del pensiero mi risposi che non solo mi consentivo di porre la domanda, ma che volevo anche una risposta.
Fu a quel punto che Malinconia, affiancata dalla sua ombra Razionalità, mi tirò un calcio. Già, perché avevo appena dimenticato di osservare l’ovvio: avevo già avuto quella sera in più.
La sera in cui ci siamo parlati di nuovo, ci siamo salutati a modo nostro, con molte parole che hanno avuto la solidità necessaria per chiarire quello che non era stato chiarito e per placare le ire nate dall’ingenuità del dubbio, accompagnate da quelle nate da ferite profonde, ma in via ormai, di definitiva guarigione.
Quella sera in più è stata la sera che tutti immaginano sempre, che tutti richiedono silenziosamente sotto consiglio di Speranza, ma che in pochi riescono a ricevere davvero.
E io… nella mia vita non avevo nemmeno mai avuto la sensazione di desiderarla, troppo orgoglio. Impossibile da credere che mi ritrovai a rendermi conto che l’avevo ricevuta in dono dalle coincidenze. Come avrei potuto non rimanere un poco perplessa?
Era tempo, infatti, che Speranza aveva rinunciato a lusingarmi, niente più tentativi di farmi pensare a come sarebbe stata, quella sera in più. Così come lei era silenziosa anche Malinconia. Nessuna delle due aveva sprecava fiato.
Era Razionalità, pomposa e imbellettata, la vera protagonista.
Le guardava dall’alto in basso dicendo «Io sapevo che è da stolti desiderare una sera in più».
E aveva ragione… perché non basta mai.
Ogni sera in più cerca un’altra sera in più.
Ogni frase in più crea domande che vorrebbero nuove risposte.
Speranza inizia ad essere fastidiosamente interessata a parlare, così Malinconia deve fare gli straordinari.
E la povera Razionalità (non che a lei dispiaccia, è una gran presuntuosa), dopo aver ammonito tutti, si accolla il fastidioso compito di ribadire a tutta la baracca che se è andata in un modo, non sono gli abbracci di un momento, le carezze o i baci a cambiare la realtà.
Anche se mi stringevi, anche se sembravi lungi dal lasciarmi andare di nuovo, se tu ed io ci siamo salutati una prima volta, che il saluto sia stato piacevole o meno, la concessione di un’ulteriore possibilità di salutarci, non avrebbe fatto cambiare assolutamente niente.
Non avevo – e non ho – mai visto persone tornare indietro, persone in grado di rivedere i propri passi andando oltre all’orgoglio.
Avrei potuto accusare il momento di essere colpevole, gli animi di non essere abbastanza maturi, avremmo potuto chiederci come sarebbe andata con la possibilità di scegliere un altro tempo in cui incontrarci, o cosa sarebbe successo se solo avessimo avuto qualche ora in più.
Ma più di ogni altra cosa, non potei fare a meno di domandarmi cosa sarebbe successo se non avessi scelto di fare finta di niente e chiudere tutto, se fossi stata diversa, più docile, se avessi davvero provato a portarti via con me, invece di limitarmi a pensare – fortemente – di averlo fatto.
Anche se sapevo che non volevi, anche se sapevo che la tua serenità non dipendeva da me.
Io scorgevo i tuoi occhi, mi guardavano, ma non  mi vedevano.

A quel punto della mia conversazione interiore il tè si era raffreddato. Forse la temperatura di un autunno che volge al termine aveva accelerato il processo, ma era comunque un lasso di tempo abbastanza lungo, indubbiamente sufficiente per concedersi certi pensieri prima di lasciarli andare una volta per tutte, per sempre.
Mentre mi alzavo dalla sedia facendo evaporare le mie sensazioni, un attimo prima di svanire in fumo una domanda silenziosa mi attraversò la coscienza, a dispetto di Malinconia, Razionalità e Speranza:

«Se mi voltassi e ti chiedessi un’altra penultima volta per salutarci, verresti?»

2 risposte su “3. Malinconia e tè caldo”

Ritrovo moltissimo la mi anima nelle tue parole tanto che, se sapessi scrivere meglio, potrei averlo scritto io.
Il leggere quello che scrivi mi riempie di Speranza, anche se la mia amica è diversa dalla tua forse. La mia speranza non parte dalla testa, non è un sogno. È una emozione forte che parte dal ventre e mi scalda fino al petto, e mi fa battere aritmicamente il cuore e, quando arriva alla testa, mi parla sotto forma di voce. E quella voce, la nostra voce, ci guida e ci dice cosa fare; malgrado l’orgoglio, malgrado il dolore, malgrado noi o gli altri.

Forse si, forse hai ragione ed è solo un sogno, ma l’unico per cui valga la pena vivere.

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