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La Luna di Percival

Quest’oggi, con tantissimo entusiasmo, mi appresto a comunicarvi che un mio nuovo racconto è online.
«Dove – chiederete voi – dato che qui non c’è niente?»
Semplicissimo! Lo trovate al link che vi lascio qui sotto ⇓

La Luna Di Percival – Finestre Di Zucchero

Poco più di un mese fa, grazie ad instgram, ho trovato il sito Finestre di Zucchero ed ho partecipato ad un loro contest di scrittura, che non ho vinto. Poco male: perché ho avuto molto di più. Mi hanno chiesto di scrivere un racconto a tema libero, cosa che non mi aspettavo per niente.
«Addio – mi sono detta – tema libero… non combinerò mai nulla!» ed invece mi sono impegnata, ho provato a viaggiare con la fantasia ed è nato questo racconto molto dolce, delicato, ma non per questo privo di un profondo significato.
L’immagine di copertina è stata creata appositamente per il racconto dalle abili mani di Paola, su instagram come @gentile_paola_87, con il bellissimo stile del sito Finestre di Zucchero, che vi invito a visitare nella sua interezza!

Non mi resta che sperare di potervi fare compagnia ancora per qualche minuto e augurarvi buona lettura!

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Riccioli, fiocchi rosa e innocenza

Finalmente sono riuscita a mettere un punto al primo capitolo della nuova sfida che mi sono lanciata: raccontare le vostre storie. Su instagram, (@alicendemon) non molto tempo fa, ho chiesto se qualcuno voleva raccontare tramite i miei scritti episodi emotivamente forti e significativi. Ognuna delle risposte che ho ricevuto rappresenta una piccola sfida per me, ma anche per chi ha deciso di aprirsi.
Non voglio anticipare niente del racconto “Riccioli, fiocchi rosa ed innocenza“, tranne una singola cosa doverosa: ciò che leggerete sotto è tratto da una storia vera, alcune parole potrebbero urtare la sensibilità di chi non è emotivamente stabile e consapevole. Invito chiunque altro alla lettura e alla condivisione. Di certi argomenti non si parla mai a sufficienza. 


Camminava spedita per le vie di Londra. La sua destinazione era uno dei tanti meravigliosi parchi che costellavano la città, dove aveva appuntamento con una sua cara amica. Noemi – questo era il suo nome –era tanto abituata al caos di quella metropoli colorata e poliedrica che fare lo slalom tra i passanti le veniva spontaneo quasi quanto respirare.
Anche se la giornata era iniziata con grigiore, da poco aveva smesso di piovere ed un timido solicello era spuntato all’orizzonte, dietro il Big Ban.
Con la coda dell’occhio scorse qualcosa che attirò la sua attenzione, tanto da farla fermare per osservare.
Dall’altro lato della strada, sopra la porta di un pub, dei fiorellini viola e rosa facevano capolino da un vaso appeso. Una bambina, attratta dai colori, si era fermata tirando la mano della persona che era con lei: un uomo ben oltre la mezza età.
Noemi, anche adesso che era diventata una donna, ogni tanto rimaneva catturata da immagini che richiamavano ricordi. Stralci di un passato che talvolta non sembrava appartenerle, ma che portava inciso sulla pelle, sotto quel tatuaggio sottile. Insieme ad esso, era viva la consapevolezza che anche se la sua coscienza poteva dormire a comando, certi avvenimenti sarebbero stati per sempre indelebili.
Bastava poco: una conversazione udita di sfuggita, la pagina di un libro, la scena di un film… o una bambina ricciolina di fronte a lei, per mano ad un uomo che, si augurava, fosse suo nonno.
La piccola non poteva avere più di dieci anni, era girata quasi di spalle e anche se il suo profilo era semi-nascosto dietro i capelli, Noemi poteva scorgerne la bellezza.
Avete presente i ricciolini piccoli piccoli, precisi e ordinati sulla testa di una bambina? Una vera rarità, in un mondo costituito perlopiù da piccole lisce od ondulate. La ricciolina aveva anche due fiocchetti rosa in testa ad incorniciare quella sua rara e preziosa caratteristica.
Anche Noemi, che osservava dall’altro lato della strada, era stata una bambina così.
Gli stessi capelli riccioli ed ordinati, anche ora che era cresciuta, le scappavano da sotto il cappello.
 “Ogni riccio un capriccio”.
Se lo aveste detto alla lei adolescente, in mezzo alle sue ribellioni, vi avrebbe risposto che si, conosceva i suoi capricci. Freddamente consapevole di tutti i suoi errori, che commetteva con un piacere quasi autolesionista. 
Era stata una bambina capricciosa, qualcosa dentro di lei non si risparmiava mai di ricordarglielo, ma era anche stata una bambina come tante: desiderosa di amore, di condivisione, di comprensione emotiva. Desiderosa di una o più guide tra gli adulti, per affrontare gli anni che nel susseguirsi aprivano sempre più porte a meccanismi a lei sconosciuti.
Per una volta ancora, quella che ora era una giovane donna, camminando per le strade di Londra in una fredda primavera, con la mente era volata verso ricordi che per anni le avevano destato paura e vergogna.
Quante volte aveva sbagliato nella vita? Forse era nata sbagliata?
Quando aveva 9 anni se lo era chiesto spesso, chi sa se con ingenuità o disperazione.
Era passato al massimo qualche secondo da che aveva ripreso la strada per raggiungere Hyde Park, quando una voce la riscosse dai suoi pensieri.
«Beccata! – a pochi centimetri dal suo volto era comparso l’ampio sorriso di Alice – guarda che assurda casualità! Sono risalita su dalla fermata della metropolitana proprio nel momento in cui stavi passando qui davanti».
Il sorriso della ragazza, però, si spense un poco.
«Tutto a posto Noemi?».
Lei si riscosse in un istante «Si, certo. Mi hai solo colta alla sprovvista, ero immersa nei miei pensieri. Proseguiamo insieme?».
Così si incamminarono verso il parco. Trovarono una panchina libera riscaldata dal sole dove sedettero a sorseggiare con calma due caffè americani.
«Alice, ricordi quella storia di cui ti parlai qualche anno fa? Quando avevo nove anni…».
«Come potrei dimenticare?» le rispose subito.

Era accaduto tanti anni prima. All’epoca, dopo la scuola, Noemi frequentava una palestra dove faceva ginnastica artistica con tante altre bambine come lei. Le piaceva quella palestra, la teneva a distanza da situazioni che nella sua casetta le stavano strette.
Noemi era stata una bambina bellissima. Sembrava molto più grande della sua età, tanto che spesso veniva proprio trattata come se avesse qualche anno in più: inorgoglita dall’essere considerata matura, non poteva capirne i lati negativi.
Nella palestra che frequentava c’erano tante persone gentili, come le insegnanti ed il custode.
Lui, in particolare, era il più affabile di tutti: le sorrideva sempre, ogni tanto si avvicinava e le faceva dei dolci complimenti sussurrando al suo orecchio. A lui piacevano tanto i suoi ricciolini.
Noemi, adesso che era diventata una donna, non ricordava cosa succedeva nella sua mente infantile ed ingenua quando lui le offriva quei gesti.
Avete presente la sensazione che lasciano i sogni vividi?
Quelli talmente reali che al risveglio lasciano il bisogno di alcuni secondi di lucidità prima di poter capire dove si è?
Lei, un giorno, si svegliò da un sogno di quel tipo, ma con i lati ribaltati: fu costretta a risvegliarsi dalla realtà nella realtà.
Quelle mani, le mani di quella persona gentile, correvano veloci in posti che non avrebbe osato dire.
«Va tutto bene, non è nulla – era una voce sincera, dolce – no, no… non ti agitare, non essere capricciosa, altrimenti diventa più difficile».
Era la voce dolce che aveva imparato a conoscere, forse anche con un po’ di affetto.
La prese per la nuca con forza prima che la sua lingua si facesse spazio nella sua bocca.   
Trascorse un tempo impossibile da misurare, dilatato oltre le percezioni dell’essere umano poi all’improvviso si svegliò dalla realtà nella realtà e per ritrovarsi a raccontare quel sogno, che un sogno non era.
Si scorse ad essere, per la prima volta, una priorità in quella caotica casa dove di crucci già troppi ve ne erano: d’un tratto era diventata il problema centrale.
Tutti gli avvenimenti si susseguirono con una rapidità surreale: le reazioni della famiglia, le reazioni legali, le sue emozioni. Sensazioni attribuibili ad un sogno, ma con lo schiaffo della realtà che la allontanava da sé stessa, dal suo corpo, che suo più non era.

«Suo. Suo di chi? »

«Io? Chi sono io? Io sono una bugiarda».

«Me lo sono cercato perché sono provocante».

«No. Sono solo una bambina fantasiosa e capricciosa. Non è successo proprio niente».

«E’ tutto finto. Ma cosa è finito, il senso di questa esistenza che mi è stata imposta, che non ho scelto? Il senso di questa vita da cui ho dovuto farmi scudo con le mie braccia?»

«Dovrà pur esserci – disse Alice ricordando l’episodio –  un motivo se nel mondo dei grandi si entra a piccoli passi. Babbo Natale è reale fino a che un bambino non è pronto a capire autonomamente la fantasiosa invenzione. Nessuno ci costringe a smettere di crederci fino a che non capiamo da soli la dolce bugia. Questa lieve forma di rispetto per te è venuta meno in quell’occasione.
Funziona così questa società sbagliata: il rispetto per l’età esiste fino a che va tutto bene, ma quando un evento sconvolge una vita la priorità perde ogni dignità e si pretende da una fanciullina la maturità di un uomo.
Chi sa perché nessuno vede questa mancanza di rispetto.
Hanno fatto piovere su di te bambina domande violente come i temporali invernali, pretendendo risposte il più simile possibili a ciò che è facile e non a ciò che è giusto».
«Chi sa come mai è così difficile smascherare un lupo vestito da agnello» rispose Noemi con una punta di fastidio nella voce.
«Forse perché il lupo è furbo, è ingegnoso, ed è terribilmente esperto. Sa quello che fa. Quell’uomo non ha dovuto rispondere agli interrogatori crescendo in un solo giorno. Lui non era intimorito dalla polizia, dalla psicologa o dal giudice. Lui adulto lo era già.
Una domanda mi sorge spontanea: chi sa se quella con te era la prima volta, se già aveva abusato di altre bambine, o se… o se lo avrà fatto di nuovo» rabbrividì.
«Nell’armadio non deve possedere molti vestiti, saranno più che altro scheletri. E costumi da agnello. Da dietro a quelle maschere riderà nel pensare a mia madre in lacrime il giorno che entrando nella mia stanza mi disse “Abbiamo perso, hanno dato ragione a lui”.
Non oso neanche provare ad illudermi che non lo abbia fatto di nuovo. Io non sono un caso raro, queste cose succedono con una spaventosa frequenza, alimentate dal fatto che spesso sono taciute da parte di chi le ha subite. Per vergogna, per paura, o perché, come è successo a me, non si viene creduti. Bambini e bambine diventano adulti e poi anziani, in molti arriveranno al loro ultimo respiro senza riuscire mai a tirare tutto questo fuori dalla loro testa».
Alice la osservò con intensità, come a chiedersi se quello che stava per dire fosse un passo troppo lungo o meno.
«Tu però adesso ne parli Noemi, lo condividi, e credo che condividerlo sia uno strumento potente per la consapevolezza: sia per chi cerca di eclissare la realtà che ha vissuto, ma anche per chi non ha mai sentito parlare di questi episodi. Ne parli con una sorta di naturalezza che, ti dico con il cuore, ti rende onore. Ti avvolge di dignità e di coraggio. Hai imparato a conviverci».
«Conviverci no, se conviverci vuol dire dimenticare – disse con enorme consapevolezza – ci ho fatto pace. È accaduto, non ho potere su ciò che successe quel giorno: ha fatto di me quella che sono adesso, mi ha forgiata, non posso dimenticarlo. Guarderò sempre il mondo intorno a me con un occhio diverso, osservando i pericoli che, chi ha avuto la fortuna di non vivere questa esperienza, probabilmente non noterà mai. Non voglio fingere, oppure dimenticare l’esistenza di persone come quest’uomo; la memoria, come hai suggerito anche te, deve diventare uno strumento di condivisione».
«Anche per aiutare chi, a differenza tua, non è riuscito ad esorcizzare ciò che gli è successo» concluse Alice. 
Cadde un silenzio sereno, privo di disagio. 
Il sole aveva iniziato a battere insistentemente sul laghetto che Noemi ed Alice avevano di fronte, ormai il grande Hyde Park era asciutto e gremito di passanti.
Alice si guardò intorno rimuginando su quanto si erano appena dette: quel giorno c’erano tante persone nel parco: chi di loro guardava il mondo con gli stessi occhi di Noemi?
Chi sa se tra quelle donne, uomini e bambini c’era qualcuno che si era arreso a condurre una vita fatta di realtà nascoste, o se qualcuno di loro era come il custode nella palestra che Noemi frequentava da bambina.
Le amiche si alzarono a passeggiare sotto i raggi del sole e nessuna delle due, almeno per quel pomeriggio, menzionò più l’argomento. Ma lasciandosi il laghetto alla spalle, entrambe si chiesero perché anche nell’epoca moderna fosse così semplice, seppur non giusto, lasciar cadere – legalmente – i diritti di un bambino.

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novellequotidiane

Ti racconto dove trovo la mia libertà

Introduzione

Oggi ho deciso di aggregarmi nuovamente all’iniziativa instagram #NovelleQutidiane. Giunti al diciottesimo giorno dell’iniziativa, ho cercato di contrarre al massimo i miei pensieri il merito a “dove trovo la mia libertà”, per ottenere un minuscolo spunto. In realtà potrei riempire pagine e pagine di pensieri in merito, chi sa, magari un giorno lo farò!
Visto che questa volta mi sono ritrovata a scrivere senza averci pensato troppo su, sono andata in cerca di aiuto per la compagnia visiva al mio scritto: la mia cara amica (artista, psicologa e modella) Giulia Trio ha improvvisato questa illustrazione. 


Racconto 

Un uccellino. Un pettirosso. Adoro i pettirossi: sono così piccoli, colorati ed impossibili da acchiappare. Ogni tanto tra un saltello ed un altro, mentre sono in cerca di briciole, gonfiano il petto, poi volano via chi sa in quale direzione. Liberi di scegliere da quale vento farsi trasportare.
Forse per un uccellino tanto basta per definire il concetto di libertà.
Loro non hanno regole scritte, un codice etico, una morale da cui trarre senso di colpa.
Per gli uomini è diverso. Se ci limitassimo a pensarci liberi nel momento in cui possiamo decidere quale strada percorrere, non incorreremo forse in un errore di valutazione?
Forse sottovalutiamo il concetto di libertà, lo riduciamo a qualcosa di esterno da noi. Sono convinta che se lo chiedeste in giro, il commento sarebbe unanime: “amo le mie libertà, non sopporto di sentirmi in gabbia, nessuno può decidere per me, nessuno può incatenarmi”.
Come da vocabolario: libertà è disporre della propria persona senza coercizioni fisiche o materiali.
Ciò è lecito e reale, ma non possiamo rischiare di dimenticare anche l’altra faccia di questa medaglia.
Io ammiro l’uccellino, ma alla sua emancipazione aggiungo: libertà è tale, quando nell’assenza di impedimenti materiali, si può decidere di appropriarsi di qualsiasi sfaccettatura ci componga come essere umani, slegandoci dal timore di non rispettare dei canoni, senza il turbamento creato dall’aspettativa, o più semplicemente, senza la paura di non piacere agli altri.
Sii libero: vieni a patti con le scelte fatte e con quelle che farai, all’interno di ciò che è lecito, puoi andare oltre ai concetti di giusto e sbagliato che hai imparato fino ad ora.
Quando ero adolescente, per tanti anni sono stata convinta che fossero gli altri a privarmi della mia libertà.
Il tempo mi ha insegnato che l’unica gabbia dorata che mi imprigionava era quella della mia mente.
Così ho scoperto la chiave: semplicemente volendo, potevo diventare come quel pettirosso, accettare di essere me stessa senza mezzi termini, senza paure, senza bisogno di giustificazioni.

Un giorno ho trovato le mie ali: una penna ed un foglio bianco.
La scrittura… la mia libertà.

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Imparare a volare

4. Hic et Nunc

Introduzione

Hic et Nunc è nato nel 2016 dopo almeno un paio di mesi di lavoro. Scrivevo al tavolo di sala, nella casa a Pisa che condividevo con tre coinquiline al tempo dell’università.
Non sono mai stata molto brava a vivere l’attimo. Da adolescente ero letteralmente ossessionata da questo concetto. Mi dissi che se avessi scritto di un certo tipo di atteggiamento sarei forse riuscita ad assumerlo anche nella vita di tutti i giorni: volli quindi sforzarmi di raccontare con un certo modo di pensare. Direi di essere davvero migliorata negli anni. 

Ci tengo a dire che questa volta, per quanto riguarda l’immagine di accompagnamento al testo, ci siamo proprio superati grazie alla bravura e alla gentilezza del fotografo William Perugini, vi lascio di seguito i suoi profili social.
Facebook: William Perugini Potographer
Instagram:@williamperugini


Racconto

Stava sfogliando, rigirandoselo tra le mani, un piccolo quaderno vecchio e sgualcito. La prima pagina indossava un appunto scolorito, che recitava:

“Il cielo è azzurro come non lo si vede da tempo ed il sole è caldo. Oggi è una di quelle giornate che mi ricorda come l’inverno non possa durare per sempre, anche se nel momento in cui l’abbraccio dal freddo si chiude su di te, dimentichi di quanto possa essere bella la primavera.
Giornate come questa sono fatte per asciugare le pozzanghere piene di fango, per lasciar fiorire i peschi; sono la speranza dei fiori, la garanzia che un nuovo giorno può portare qualcosa di nuovo e fresco anche se, solo a pochi metri di distanza, decine di alberi hanno ancora i rami secchi.
E negli occhi delle persone si legge la stessa speranza dei fiori. Occhi grandi o piccoli, luminosi o spenti: ognuno porta una luce diversa in sé, una luce che parla meglio di qualsiasi bocca.
L’inverno non può durare per sempre, anche quando marzo si nasconderà dietro le nuvole, sono sicura che ci saranno altre giornate come questa.
Anche se l’inverno appena trascorso è stato molto più lungo di qualche mese, e ricoperto da una fredda lastra di ghiaccio, adesso so che non potevo arrendermi al gelo.
Ho sempre combattuto contro la vita, adesso è il momento di iniziare a combattere per la vita. Per i giorni di primavera. Per eliminare la lastra di ghiaccio”.

C’era una ragazza. Se ne stava seduta ad osservare le persone che passeggiavano lungo il Tamigi illuminato, raggomitolata su una panchina come un gatto soriano troppo stanco per inseguire le lucertole.
Tra le mani teneva un bicchiere di carta. Lo portava quasi fosse un mazzo di fiori che però, al posto dei petali, aveva del caffè americano fumante. Pochi minuti prima la tasca interna di quella borsa che da così tanti anni non usava le aveva riservato una sorpresa: il quaderno che un tempo accoglieva le sue confidenze e le sue riflessioni.
Aveva sorriso nel leggere quanto riportato in quella pagina, ricordando benissimo il giorno in cui aveva reso le sue riflessioni indelebili: era una primavera di alcuni anni prima, un periodo della sua vita in cui aveva iniziato a chiedersi cosa volesse dire crescere e affrontare la vita. Giorni in cui il suo cuore aveva subito delle perdite grandi, accompagnate da piccole ferite, anche se al tempo sembravano tanto impossibili da sanare.
Quelli erano i giorni in cui per la prima volta aveva deciso che avrebbe imparato ad aprire il suo cuore, a dimostrare l’affetto e a smettere di nascondersi dietro ai muri che aveva così faticosamente costruito.

Con quei ricordi le sue labbra si incurvarono ancora di più ed il sorriso raggiunse gli occhi.
Alzò lo sguardo dal quaderno per osservare intorno a lei. La strada era affollata come non mai, la palla infuocata lassù nel cielo aveva richiamato tutti: uomini, donne, bambini, ragazzi. Un turbinio di colori e di etnie. Sembrava di assistere ad una sfilata organizzata da un folle tanto erano variopinte le anime che passeggiavano lungo il Tamigi.
La vera attrazione per lei non erano tanto i vestiti od i capelli colorati dei rockettari, ma gli sguardi. Ogni singolo che muoveva i suoi passi davanti alla ragazza, aveva nelle iridi uno scintillio diverso, unico nel suo genere. Si ritrovò rapita dal notare che non tutti i bambini avevano occhi felici, non tutte le coppie si scambiavano gli stessi raggi di affetto, e che qualche solitario, come lei sorrideva perso ad osservare il sole.

Fu forse quel ricordo ritrovato sul quaderno, oppure il chiedersi quante storie potessero raccontare le persone che le camminavano davanti, o magari l’atmosfera nella sua interezza: iniziò a riflettere su dove si trovava, ma non fisicamente. «Guarda, Alice – si disse – guarda quanti passi hai già mosso nella vita adulta, quanto sei stata brava nel fare tesoro di tutte le tue esperienze».
Sfide da affrontare, traguardi da raggiungere, segni indelebili dentro di lei lasciati da episodi vissuti.
Tante battaglie era fiera di poter dire di averle vinte da sola, mentre per tante altre era stata indispensabile la presenza di persone accanto.
Ricordava il nero della rabbia, il bianco della disperazione, l’indefinito colore del dispiacere.
Ricordava l’arcobaleno di quando aveva offerto il suo cuore per la prima volta, ma ricordava anche la cecità scaturita quando quello, invece di essere accudito, le era stato strappato di mano con forza, usato come uno stupido gioco e poi calpestato.
Ricordava di come questo si fosse irrigidito, indurito come un sasso per poi sgretolarsi come creta troppo secca.
Ricordava di aver letto, chi sa dove e chi sa quando, di come le emozioni combattono nella testa delle persone per decretare cosa sia giusto e dignitoso, cosa sbagliato.
Nel vorticoso miscuglio di immagini che si susseguirono nella sua testa, nessuna di esse le richiamò emozioni sufficientemente forti da accendere la sua attenzione, tranne una leggera consapevolezza. Ad essa era legato anche quel sorriso che si era acceso sul suo volto: nessuna delle persone che l’avevano ferita era mai stata la sua prima scelta, e ciò adesso, aveva dannatamente senso.
Quali fossero state le gioie e i dolori, le piccole e grandi esperienze vissute fino a quel momento, era stata condotta a raccogliere i pezzi del suo cuore, che rovinati o meno, adesso sentiva essere al loro posto. Il prima aveva ormai tutta un’altra importanza. Le sensazioni di malinconia e le domande su come avrebbe dovuto comportarsi per tagliare fuori il rischio di soffrire di nuovo non l’attanagliavano più. Non si chiedeva cosa le riservasse il domani.
Era troppo presa dal vivere l’oggi.

Il qui.

L’adesso.

La strada che aveva percorso le aveva regalato la compagnia di due occhi che conosceva da molto tempo, ma che aveva sempre osservato da lontano cercando di accudirli con premura, senza impulso, affascinata dalla loro bellezza. Gli occhi di quella persona che in quel momento le camminava a fianco, tenendola per mano.

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Ti racconto la mia città natale

Introduzione

Anche oggi partecipo all’iniziativa di @margherita.tercon su instagram. #NovelleQuotidiane4 ha come argomento “Ti racconto la mia città natale”. Io non sono nata in una città, ma in un piccolo paese.
Se sei arrivato qui da instagram, poco sotto troverai la versione integrale di ciò che hai letto sotto il mio ultimo post. Buona lettura!


Il canto incessante del gallo e degli uccellini.
Il profumo del sole sull’asfalto che si mescolava a quello di acetone. Profumo di focaccia, pizza, profumo di brioches.
A quel tempo la mia vita era circoscritta al mio piccolo paese.
In realtà non possiedo molti ricordi nitidi relativi all’infanzia, la mia mente ricorda piuttosto tramite i sensi: questi mi riportano alle giornate estive, quando i miei lavoravano, e la casa dei nonni era anche la mia casa.
Mi svegliavo nello stretto lettino di fronte alla finestra che si apriva – e si apre tutt’oggi – faccia a faccia con la fabbrica di souvenir dei miei zii. Ad intervallare i due edifici un fazzoletto di asfalto, qualche auto ed il furgone.
Aprivo gli occhi (relativamente) presto da bambina, giusto in tempo per sentire il clacson del furgoncino del panaio a richiamare l’attenzione del vicinato.
Erano sempre le 9:00 in punto: correvo in fabbrica dalla nonna per prendere gli spiccioli e l’odore dell’acetone mi penetrava le narici. Il nonno era sempre immancabilmente in mezzo alla polvere, a molare le statuine, quelle stesse che la nonna tingeva.
Scendevo le scalette a rotta di collo quasi senza notare gli zii che mi dicevano di andare piano.
In un attimo mi ritrovato di fronte a tutte le leccornie che aveva portato il panaio. Non sapevo mai cosa acquistare – oltre al pane per la nonna, ovviamente –. La pizza era quella preferita dello zio Andrea, me lo ricordo. Allo zio Luca piaceva sempre tutto e beh… anche a me piaceva sempre tutto.
Era una realtà piccolina.
Fino a che la mia età non si è trasformata in una doppia cifra, io vivevo praticamente in quel piazzale. Probabilmente sono cresciuta troppo in fretta, perché nel giro di un battito di ciglia mi sono ritrovata a vivere fuori Piazza dei Miracoli e poi, un altro battito di ciglia dopo, senza neanche averlo scelto, mi sono ritrovata nuovamente nel mio paesino.

Il mio paesino non è più lo stesso.

E’ cresciuto come me. Non è più intimo come era a quel tempo.
La fabbrica va ancora avanti, immagino che anche il panaio passai ancora. Ad oggi anche in estate non mi sveglio più in quel lettino, da quando sono tornata da Pisa mi sveglio nella mia casa, nella testa di una donna che va a lavorare e che cerca il suo posto nel mondo.
In fabbrica vado con estrema rarità, ma si sente ancora lo stesso odore di acetone di sempre. Gli zii forse hanno un po’ più fretta di prima, vogliono tornare presto dalle loro famiglie. La nonna non lavora più, l’età si fa sentire anche per lei. Sta spesso sola in casa, o annaffia i vasi di fiori nel piazzale, accompagnata dal cinguettio degli uccellini. Il gallo ha smesso di cantare: il pollaio dall’altro lato della strada ormai è pieno solo di tante erbacce.
Gli anni passano, e raramente mi prendo cinque minuti per cercare quegli odori, quei suoni.
Non so cosa sia davvero rimasto del mio piccolo paesino: vicino alle nuove strutture i vecchi edifici sono sempre gli stessi, ma non riesco a togliermi dalla testa l’idea di non essermi ritagliata il giusto tempo per apprezzarlo davvero.
Ora che quel tempo lo vorrei, lui scappa tra le dita come l’acqua, come tutte le persone che non ci sono più.  

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Ti racconto il mio primo ricordo

Introduzione

Su instagram ho trovato una bella iniziativa a cui avrei piacere a partecipare, tempo e fantasia permettendo (sono tra gli italiani che ancora devono andare a lavoro). @margherita.tercon, in vista di questi giorni chiusi in casa, per prevenire la diffusione del covid-19, ha proposto di condividere racconti brevissimi sulla base di sue indicazioni, così da mettere in contatto tra di loro persone appassionate di scrittura o che semplicemente vogliono parlare dei loro ricordi.
Oggi la fantasia mi ha sostenuta: sono riuscita a contribuire all’iniziativa #NovelleQuotidiane. Ho deciso di riproporre anche sul blog il mio micro-racconto. Buona lettura.


Racconto

Un dì il sole gli venne incontro e gli pose un semplice quesito: “Giovane uomo, perché non mi parli del tuo primo ricordo?”.
Lui pensò, pensò e ripensò a quale fosse la miglior risposta, a quale fosse una risposta più che mai vera. Tuttavia così su due piedi, non ne aveva, piuttosto replicò con una domanda: “Il primo ricordo di quale vita?”.
Lui di vite ne aveva vissute due: quella precedente e quella successiva alla malattia della sua mente.
“Non ho ricordi della mia prima vita, ho la memoria troppo corta – disse al sole – non ricordo neanche il primo giorno della scuola elementare o della scuola media. Non ho ricordo di Natali lontani. Vedo solo un ammasso vago di macchie scolorite che si affollano nella mia mente. Salgono a galla solo immagini tristi. Io non so ricordare com’ero”.

Ma della seconda vita sì, di quella aveva un primo ricordo. Era una mattina, anche allora il sole aveva bussato alla finestra.
Negli occhi della mente apparve quella memoria: si era osservato allo specchio e rideva. Oh, si, rideva. Non una risata sguaiata e caotica, neanche una risata finta e tirata.
Era un timido sorriso, sbucava sotto gli occhi impastati dal sonno. Provò affetto per quella persona riflessa, premura. Vedeva nei suoi occhi tanta dolcezza, quella che non aveva mai riservato per sé stesso. Gli parlò piano: “Si – gli disse – sei abbastanza, da oggi in poi ricordalo per sempre”.
“Sole, questa è la mia seconda vita, voglio ripartire da qui”.

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Attimi

Fretta

In molti avranno, come me, imparato la sottile arte di aver fretta.
Quella sottile, impercettibile lezione di vita che viene somministrata ad ognuno fin da quando è bambino.
Si è già fatta mattina, la sveglia suona… Presto! Sveglia!È tardi è tardi!
Vestiti, colazione – di fretta quei biscotti che l’autobus bussa alla finestra –, lavarsi i denti, lo zaino sulle spalle.
Sali. Viaggio. Scendi.
Entri dalla porta delle elementari, esci da quella delle medie; la mattina dopo già apri la porta dell’università.
Nella fretta di scegliere la tua strada hai appena finito il primo appello.
(Sei anche felice di vivere da solo)
Il secondo appello.
(«Eppure fino a pochi minuti fa ero nel giardino a giocare a palla con i miei amici»)
Il terzo.
Frettoloso hai dato 29 esami, ma intanto non smetti di avere fretta.
Le superiori… sembra un’altra vita. Sì, hai 30 anni, quelli sono ricordi di un altro tempo.

(Nella fretta)
Hai fretta, ma continui a sentirti l’ultimo.
Hai fretta di avere fretta, tanto che non ti preoccupa più neanche avere ansia. L’ansia è utile concime: il giusto fertilizzante per crescere e stare al passo con la vita.
Così come un melo richiede la giusta ed amorevole cura per far maturare la fretta… forse sbaglio? Si chiamava frutta?
Nella fretta mi ero confusa.
La frutta non è da confondere con la fretta: lei almeno può tirare un sospiro di sollievo e bearsi di un’intera stagione di sole prendendosi un lasso di tempo lungo tanto quanto la aggrada per maturare. Sarà accarezzata dalle foglie gentili e visitata da qualche farfalla colorata. Diventerà bella scintillante, succosa, colorata, piena. Anche agli animali farà gola.


Non si sa bene come succeda, ma te di contro già pensi con piacere al momento in cui sarai solo nocciolo.
Hai fretta. Se studi sei un nullafacente («Ventisette anni, ancora studi? E l’affitto? Lo stipendio? I contributi? Non ti interessa guadagnare?»)
Scegli di non studiare, ti insegneranno che non hai studiato perché non sei abbastanza intelligente. Attento anche a non trovarti un buon lavoro se sei troppo giovane, ti scoprirai raccomandato.
Ah! Ricorda anche che se prendi tempo sei un figlio di papà.
Quale sia la tua scelta, ricordati di essere abbastanza rapido, o sei un fallito.
Hai fretta di trovare un lavoro e la frutta la mangi senza curartene troppo a metà mattina.
Stabilità, quale miraggio.
Inizi a chiederti per la prima volta se non sia che hai vissuto i primi (i più bei-) trent’anni della tua vita un po’ troppo di corsa. Ma anche questo lo fai di fretta, senza sentirti maturare sotto i raggi del sole, senza prenderti il tempo di conoscere – con delicatezza – i nuovi colori che ti si addicono, senza chiederti con la giusta premura se ti va bene piacere agli occhi di chi ti guarda o se preferiresti piacere a te stesso.
Ma c’è il benestare, la dovizia (lo stipendio!!!) e con la pancia piena di schifezze
(al posto della frutta)
ti arrangi a seguire i canoni.
Io non ho capito, nella fretta, dove si trova il tempo per essere felici.

Nato in un’epoca fortunata,
nato nel luogo fortunato,
non esiste lamento,
non esiste guerra a distruggere la tua fretta: sarà la tua fretta a distruggerti.

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Imparare a volare

3. Malinconia e tè caldo

INTRODUZIONE

Il padre di questo racconto è un insieme scompigliato di pensieri che scrissi durante una notte insonne, praticamente in dormiveglia. Una cascata di emozioni e una valanga di perché. All’epoca ero reduce da una delle varie volte in cui avevo avuto il cuore spezzato, quella volta forse, più di ogni altra. Era stata diversa, più intensa, più coinvolgente e causata in parte (almeno così pensavo) dal mio carattere troppo fiero, orgoglioso. Riempivo pagine e pagine di pensieri, ma guidata da un forte senso di dignità non proferivo verbo.


« ‘cause I can’t help but wonder, what if I had one more night for goodbye? »

These four walls – Little mix

Era un tardo pomeriggio velato di grigio come se ne vedevano tanti altri. La pioggia non batteva, era tanto leggera che nascondeva la propria presenza agli occhi di chi non prestava attenzione, ma non per questo era poco abbondante.
Cullata da questa cupa ma confortante atmosfera, mi affacciai alla finestra strizzando gli occhi. Il mio vano tentativo di mettere a fuoco l’orizzonte si concretizzò quando inforcai gli occhiali chiedendomi se l’acqua che bagnava ogni cosa fosse frutto della mia immaginazione, o se veramente il cielo stesse piangendo.
Che folle questa pioggia sottile.
Proprio in quel momento, quasi come se la natura fosse stata offesa dai miei pensieri, cadde una prima goccia pesante, un’altra ancora ed il primo fulmine squarciò il cielo illuminando il gli alberi immobili.
Di lì a poco avrei potuto sedermi davanti alla finestra con un tè in mano, ospite allo spettacolo offerto dalla natura che avevo fatto arrabbiare.
Stavo aspettando il momento propizio per concedermi di aprire la serratura dei pensieri scomodi, quelli che sono solita omettere per convenienza, per affrontare il quotidiano senza intoppi.
Purtroppo per me, la serenità duratura e reale necessita che si vada incontro ad ogni ostacolo, quindi eccomi: ero pronta ad affrontarmi.
La me stessa di qualche anno prima sarebbe caduta in uno dei suoi tipici stati di strana apatia, tuttavia quando si cambia non si è più chi eravamo soliti essere, nevvero?
Da non molto tempo avevo trovato una fedele e gentile compagna: la Malinconia. Quanti stupidi la sottovalutano, eppure è una sensazione meravigliosa: ascolta ed insegna, concede di richiamare ricordi, ma è molto severa quando esageri. Ammonisce decisa ricordandoti che i ricordi non potranno mai essere più di ciò che sono: fastidiose e rumorose immagini di cose andate, perdute, anche se impossibili da insabbiare.
Malinconia nel mio essere combatte contro Speranza, e garantisco che le due non possono vedersi.
Speranza è solita piangersi addosso, proprio per questo Malinconia non perde occasione alcuna per rimetterla in riga, insegnandole come meglio può il discrimine tra ciò che è reale e ciò che di reale ha solo una sensazione di vuoto e sconforto, come quando ci si sveglia da un sogno troppo bello.
Chi vuole – sinceramente – vivere nei sogni?
Sicuro come la morte che questo non vuole farlo Malinconia.
Così, al mattino, quando Speranza alza il capo per proporre le sue idee, Malinconia le dà le botte. Intendiamoci bene, delle botte davvero sonore. Le immaginavo come quelle che il nonno dava a mio cugino quando lo beccava a rubare le uova dal pollaio del contadino che viveva alla fine della via. Quale umiliazione, pover’uomo, se suo nipote fosse stato sorpreso nel piccolo furto.
La determinazione di mio cugino, invece, mi ricordava Speranza: per quante botte prendesse quel furfante, la tentazione di fare colazione con i tuorli freschi sbattuti insieme allo zucchero bianco era troppo forte.
La storia del pollaio è sicuramente divertente e interessante, ma il parallelismo finisce nel momento in cui ci si rende conto che Speranza e Malinconia non se la giocano solo tra di loro come il nonno e mio cugino, bensì hanno tante compagne che recitano a fianco a loro.

Quando un ennesimo lampo abbagliò il cielo mi riscossi dai miei pensieri rendendomi contro che era giunta l’ora di fare una doccia, dal momento che, contro ogni mia aspettativa, avevo accettato l’invito a cena delle mie amiche – chiara dimostrazione che l’apatia dormiva un sonno profondo: potevo stare in mezzo ad altri esseri umani senza odiarli –.

Forse fu a causa dell’aver atteso un attimo di troppo, o forse fu il sorso di tè rilassante… invece di recarmi in bagno rimasi seduta e mi domandai cosa sarebbe successo se noi avessimo avuto una sera in più.

Una sera in più per salutarci.

Una sera in più per salutarti.

Banale.
E’ una domanda che può risultare banale, ronza in testa a molti quando si trovano nella situazione in cui mi trovavo, ma io da quella domanda ero stata colta alla sprovvista.
Non ero mai stata molto brava con i pensieri gentili, la mia dura indole aveva sempre puntato il dito, cercato accuse e colpe,  assaporando possibilità di vendetta. Avevo sempre portato avanti la prima sentenza, disdegnando di opinioni contrarie che mai ascoltavo.
Per questo mi sorpresi così tanto, mi sembra di ricordare che tra le labbra sibilai «Davvero me lo sto chiedendo? Proprio io?».
Con la voce del pensiero mi risposi che non solo mi consentivo di porre la domanda, ma che volevo anche una risposta.
Fu a quel punto che Malinconia, affiancata dalla sua ombra Razionalità, mi tirò un calcio. Già, perché avevo appena dimenticato di osservare l’ovvio: avevo già avuto quella sera in più.
La sera in cui ci siamo parlati di nuovo, ci siamo salutati a modo nostro, con molte parole che hanno avuto la solidità necessaria per chiarire quello che non era stato chiarito e per placare le ire nate dall’ingenuità del dubbio, accompagnate da quelle nate da ferite profonde, ma in via ormai, di definitiva guarigione.
Quella sera in più è stata la sera che tutti immaginano sempre, che tutti richiedono silenziosamente sotto consiglio di Speranza, ma che in pochi riescono a ricevere davvero.
E io… nella mia vita non avevo nemmeno mai avuto la sensazione di desiderarla, troppo orgoglio. Impossibile da credere che mi ritrovai a rendermi conto che l’avevo ricevuta in dono dalle coincidenze. Come avrei potuto non rimanere un poco perplessa?
Era tempo, infatti, che Speranza aveva rinunciato a lusingarmi, niente più tentativi di farmi pensare a come sarebbe stata, quella sera in più. Così come lei era silenziosa anche Malinconia. Nessuna delle due aveva sprecava fiato.
Era Razionalità, pomposa e imbellettata, la vera protagonista.
Le guardava dall’alto in basso dicendo «Io sapevo che è da stolti desiderare una sera in più».
E aveva ragione… perché non basta mai.
Ogni sera in più cerca un’altra sera in più.
Ogni frase in più crea domande che vorrebbero nuove risposte.
Speranza inizia ad essere fastidiosamente interessata a parlare, così Malinconia deve fare gli straordinari.
E la povera Razionalità (non che a lei dispiaccia, è una gran presuntuosa), dopo aver ammonito tutti, si accolla il fastidioso compito di ribadire a tutta la baracca che se è andata in un modo, non sono gli abbracci di un momento, le carezze o i baci a cambiare la realtà.
Anche se mi stringevi, anche se sembravi lungi dal lasciarmi andare di nuovo, se tu ed io ci siamo salutati una prima volta, che il saluto sia stato piacevole o meno, la concessione di un’ulteriore possibilità di salutarci, non avrebbe fatto cambiare assolutamente niente.
Non avevo – e non ho – mai visto persone tornare indietro, persone in grado di rivedere i propri passi andando oltre all’orgoglio.
Avrei potuto accusare il momento di essere colpevole, gli animi di non essere abbastanza maturi, avremmo potuto chiederci come sarebbe andata con la possibilità di scegliere un altro tempo in cui incontrarci, o cosa sarebbe successo se solo avessimo avuto qualche ora in più.
Ma più di ogni altra cosa, non potei fare a meno di domandarmi cosa sarebbe successo se non avessi scelto di fare finta di niente e chiudere tutto, se fossi stata diversa, più docile, se avessi davvero provato a portarti via con me, invece di limitarmi a pensare – fortemente – di averlo fatto.
Anche se sapevo che non volevi, anche se sapevo che la tua serenità non dipendeva da me.
Io scorgevo i tuoi occhi, mi guardavano, ma non  mi vedevano.

A quel punto della mia conversazione interiore il tè si era raffreddato. Forse la temperatura di un autunno che volge al termine aveva accelerato il processo, ma era comunque un lasso di tempo abbastanza lungo, indubbiamente sufficiente per concedersi certi pensieri prima di lasciarli andare una volta per tutte, per sempre.
Mentre mi alzavo dalla sedia facendo evaporare le mie sensazioni, un attimo prima di svanire in fumo una domanda silenziosa mi attraversò la coscienza, a dispetto di Malinconia, Razionalità e Speranza:

«Se mi voltassi e ti chiedessi un’altra penultima volta per salutarci, verresti?»

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Imparare a volare

2. Il vento

Introduzione

Il vento è il secondo racconto della raccolta “Imparare a Volare”. È stato scritto in tanti momenti diversi, una creazione in divenire, la prima sperimentazione nel 2015 in cui ho cercato di dare vita ad una storia in cui i concetti facessero da contorno. Il vento è stato scritto con l’ambientazione e i colori negli occhi: stavo di fronte al pc immaginando le colline Lucchesi, il sole arancione, il vino, ed un grande casolare rosso mattone. 
Alcuni scambi di parole in questo racconto sono stati ispirati da conversazioni che al tempo erano attuali, che mi rimbombavano in testa, e  che oggi, chi sa perché, non ricordo neanche più.


Quando le porte del treno si aprirono, il sole si stava preparando a coricarsi dietro le colline. I colori che la abbagliarono erano così vividi che le parve di essere inciampata dentro ad un quadro: i girasoli e le piante verdi si abbracciavano salutando l’azzurro che da li a qualche ora avrebbe lasciato lo spazio all’oscurità.  Su quella tavolozza due nuvolette bianche si rincorrevano spinte dallo stesso vento che scompigliava i capelli biondi della ragazza solitaria.
Era una calda sera di settembre, l’epilogo di una delle tipiche giornate estive che non vogliono arrendersi all’avvento dell’autunno.

Appena scesa dal treno, la giovane si era ritrovata in un paesino sperduto. Non aveva la più pallida idea di che luogo fosse: durante il viaggio si era addormentata per qualche ora, non appena sveglia si rese conto che il tempo era trascorso senza il suo consenso, così si era precipitata alla porta del vagone scendendo frettolosamente alla prima stazione.
Nell’edificio della ferrovia intravide una sola biglietteria. Un cartone bianco e consumato portava sopra una scritta poco definita che recitava “chiuso”. Il sospetto che il cartello fosse lì da mesi le attraversò la mente, tanto quello era rovinato.
Fuori dalla stazione alcune arzille vecchiette sedevano ad un tavolino, protette dal sole all’ombra di una veranda. Le donne vedendo giungere quella giovane titubante e con aria un poco spaesata, in preda ad una smaniosa curiosità, avevano distolto la loro attenzione dalle carte e sorridendo le avevano augurato una buona serata.
L’apparizione di una ragazza di quell’età in paese era un vero e proprio evento, le carte potevano sicuramente aspettare; non appena la giovane si allontanò di qualche passo le vecchiette iniziarono a confabulare tra di loro.

<<Cecilia, hai mai visto quella biondina? Così giovane e in giro da sola con uno zaino! E hai visto i calzoni? Sono tagliati malamente… le scoprono le cosce! Le ragazze oggigiorno non hanno più il senso del decoro. Una bella gonna dico io, sarebbe molto meglio>> aveva tentato di bisbigliare – con poco successo – una di loro.
<<Mai prima di oggi>> rispose una di quelle.
<<I primi alloggi? Ma che dici?>> la ragazza, che intanto stava camminando con passo ciondolante nella direzione opposta, udendole nascose una risata con un colpo di tosse: evidentemente una delle signore doveva essere un po’ sorda.
<<Ha detto mai prima di oggi>> preciso una terza voce tra le anziane.
<<Come?>>
<<Mai prima di oggi>> dissero in coro tre di loro.
<<Oh misericordia Alberta, che giornate difficili quelle in cui dimentichi l’apparecchio acustico>> asserì la signora di nome Cecilia sbuffando e rimescolando le carte.
Per la giovane sarebbe stato molto divertente rimanere nei paraggi ad ascoltare clandestinamente la conversazione, ma non poteva permetterselo. Doveva cercare un posto dove trovare qualcosa da mettere sotto i denti e soprattutto, un posto dove dormire.  

Dopo aver individuato un bar che risultò essere chiuso, si avviò verso quella che sembrava la strada per il casolare che faceva capolino sulla collina.
Passeggiava con tranquillità in un vitigno. Dopo aver rubato qualche chicco d’uva dai filari, si era persa nell’ammirare il fascino del tramonto, uno dei suoi momenti preferiti della giornata.
<<Non è molto educato rubare l’uva. Non è tua>>.
Lo sguardo della ragazza cadde sulle proprie mani che la incastravano con le schiaccianti prove del delitto: erano chiuse a coppa per sostenere una manciata di acini viola, impossibili da nascondere. Di fronte a lei c’era un ragazzo non molto alto con un ciuffo di riccioli neri e ribelli che gli cadevano morbidi sulla fronte. Aveva un’aria un po’ scanzonata.  <<Ehm… è tua?>> accennò con sguardo colpevole.
<<Così sembrerebbe>> commentò lui.
<<Mi spiace… davvero! Ero diretta al casolare, ma sono stata distratta dai colori del tramonto e ho preso l’uva con superficialità, senza pensare a quello che stavo facendo>> mentre formulava la frase, il ragazzo si avvicinò, prese tre chicchi e dopo esserseli cacciati in bocca, li schiacciò tra i denti ammiccando.
<<Tranquilla, basta non dirlo a mio padre>>.
Detto questo si avvicinò al filare e staccò un grappolo intero. <<Direi che anche questo non è mai successo. Vieni. Se ti piace il tramonto non vale proprio la pena stare qui, ti porto io nel posto giusto>> e senza aspettare che lei gli rispondesse, né tanto meno presentarsi, si avviò a passo spedito tra le piante.
Qualche minuto più tardi, i due sedevano sul prato ombreggiato da folti olivi, di fronte a loro si vedeva tutta la piccola valle e le montagne oltre cui il sole stava scomparendo.
<<Chi sei? Cosa fai da queste parti? Non si vedono spesso giovani sconosciuti>> commentò lui.
<<Viaggio. Mi sono addormentata in treno e appena sveglia sono scesa alla prima stazione. E in quanto a chi io sia, vorrei saperlo anche io. Tu chi sei?>> il ragazzo la guardò incuriosito, si strinse nelle spalle e disse semplicemente <<Il figlio di mio padre, il proprietario di questo podere>> poi, scrutandola come se fosse un delinquente in fuga, aggiunse <<Sei in vacanza e ti sei persa?  Sei scappata di casa e non vuoi lasciare tracce? O magari hai qualche problema con la legge?>>
<<No assolutamente, nessuna delle tre – rise – sono partita un po’ di tempo fa con tanta voglia di vedere cosa ci fosse fuori dalla mia realtà, mi sono sempre spostata, non ho una meta precisa>>.
<<Bello – disse lui con aria distratta – e perché viaggi in questo modo?>>
<<Voglio vedere un po’ di mondo. Soprattutto voglio vedere le persone>>.
<<Non avrai molto da vedere qui. Siamo in campagna! A parte qualche vecchio, i loro nipotini e la mia famiglia puoi giusto presentarti a qualche pecora. Faresti bene a cercare una meta migliore>>. La ragazza era visibilmente divertita dal modo di fare del riccioluto, per altro non era la prima volta che uno sconosciuto non capiva il suo bisogno.
<<Io non sono d’accordo, trovo questo posto molto interessante. C’è un bel silenzio tra queste colline, un atmosfera utile per ordinare pensieri confusionari. Hai mai provato la sensazione di essere sommerso da ondate di riflessioni aggrovigliate e sovrapposte, tanto da non capire quale di esse voglia prendere il sopravvento sul rumore di fondo?>>
Dallo sguardo del suo interlocutore ebbe l’impressione che lui pensasse di avere davanti una un po’ svitata.
<<Non credo di seguirti>>.  
<<Non sto vaneggiando senza senso, anzi sto cercando un po’ di chiarezza>>.
<<Prenderti una camomilla e dormirci sopra nel letto di casa tua ti sembrava troppo semplice? Non ti piace il main stream, eh?>>
Lei si alzò in piedi e prese a passeggiare tra gli olivi.
<<Penso che sia molto più interessante bearsi dello stimolo di luoghi mai visti, rispetto all’ordinario. Non è più facile o più difficile, è… diverso. La terra è vasta, ci pensi a quanto sono diverse le menti di tutte le persone che vi muovono i propri passi ogni giorno? Siamo illuminati tutti dallo stesso sole, e baciati tutti dalla stessa luna, ma le mie percezioni sono diverse dalle tue, così come è diversa la percezione delle signore che ho incontrato fuori dalla stazione. Gli esseri umani sono i più grandi mercanti che esistono per il fatto stesso di essere umani. Ognuno di loro porta con se una grande ricchezza>>.
Il ragazzo era interdetto e scosse la testa <<Se avessi un tesoro in tasca mi comprerei una casa in città e mi costruirei una vita lì>>.
<<Non hai modo, a priori, di sapere se sarebbe la scelta giusta>> lo apostrofò lei.
<<Lo sarebbe. In città non sarei più costretto a passare le giornate a prendermi cura di una stupida vigna della fattoria. Potrei diventare un uomo d’affari, diventerei ricco e potrei avere qualsiasi cosa di cui io abbia bisogno. Potrei avere anche tutte le donne che voglio>>.
<<Io a casa ho tutto quello di cui tu pensi di aver bisogno. Ho una bella famiglia, viviamo in una città grande. Mio fratello sta per laurearsi in medicina, io avevo un buon lavoro. Sicuro anche>>.
<<E vorresti dirmi che hai lasciato tutto questo per partire con un inutile zaino in giro per le campagne?>> era sconcertato.
<<Si. Non sempre tutto ciò che appare perfetto e desiderabile agli occhi di chi ne rimane esterno è sufficiente per dire “ho abbastanza”. Io voglio di più. Voglio potermi confrontare con il mondo, voglio crescere con ogni esperienza, essere smussata e contraddetta. Tornerò a casa un giorno non molto lontano, e ci tornerò con una grande ricchezza>>.
Il ragazzo notò che gli occhi di lei avevano assunto una nuova luce, gli ultimi raggi di sole le illuminavano le iridi verdi facendole brillare come smeraldi, e allora seppe che le parole della giovane non erano lasciate al vento, non erano grosse frasi presuntuose infiocchettate solo per apparire di bell’aspetto e suscitare ammirazione. C’era qualcosa di più in quello che lei voleva dire, ma non era sicuro di riuscire a coglierne fino in fondo il significato, così lasciò perdere almeno per il momento e le chiese da quanto tempo stesse viaggiando.
Era trascorsa qualche settimana dalla sua partenza.
<<Sono partita con un po’ di soldi e mi fermo dove trovo ospitalità o dove posso lavorare per qualche giorno in modo da riempire il portafoglio per il successivo viaggio in treno>> spiegò.
Continuarono a parlare fino a che il brusio dei pensieri della ragazza non vide emergere la necessità di quel momento: un letto e un pasto. Chiese al riccio se fosse disponibile ad offrirle ciò di cui aveva bisogno, e così ottenne di rimanere a dormire nel casolare per qualche notte. In cambio avrebbe aiutato la famiglia nei lavori della vigna.
Una nuova tappa del suo viaggio stava prendendo forma.
Mentre lo seguiva dentro l’abitazione, attendeva con trepidazione di vivere le nuove esperienze in campagna.

Intanto una parte di lei già pensava a dove l’avrebbe condotta il vento della settimana successiva.

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Poesie

Via Maestra

Se mai
camminerò sulla mia strada
avrò ancora paura
che sia quella sbagliata.

Se mai
percorrerò lande sconosciute
avrò il sospetto
che siano la mia casa.

Imparerò ad ascoltare,
non avere fretta,
un sussurro
prima o poi
aprirà le porte della realtà.